cast:
Gian Maria Volontè - Hans-Christian Blech - Mathieu Carrière -
Charlotte Rampling - Renato Scarpa - Mark Burns - Corrado Gaipa -
Massimo Foschi - José Quaglio - Angelo Guglielmi musica:
Ennio Morricone regia:
Giuliano Montaldo 1973 soggetto e sceneggiatura:
Giuliano Montaldo, Lucio de Caro, Piergiovanni Anchis fotografia:
Vittorio Storaro produzione:
Italia/Francia Carlo Ponti
COMMENTO AL FILM (di Davide Tofani)
Il 23 Maggio 1592 Giordano Bruno viene consegnato all’inquisizione veneta e incarcerato a San Domenico di Castello. Da quel momento
inizia per il filosofo una dura battaglia legale che durerà fino alla sua esecuzione avvenuta nel 1600. Sono gli anni presi in
considerazione dal bel film di Giuliano Montaldo, gli anni di lotta contro la Chiesa del tempo. L’8 febbraio 1600 viene letta a
Bruno la sentenza di condanna che non ci resta se non in una copia mutila. Le imputazioni a suo carico furono ben trenta e tra le
più gravi, come ci suggerisce il film, si devono elencare: la negazione della transustanziazione, l’aver negato la verginità di Maria,
l’aver scritto lo Spaccio contro il Papa, l’aver vissuto in paesi eretici senza frequentare regolarmente le messe, l’aver sostenuto
l’esistenza di mondi innumerevoli, la metempsicosi, che Cristo fu mago e non crocifisso ma impiccato, che la Bibbia è un libro di
favole, che prima di Adamo sono esistiti i pre-adamiti. All’alba del 17 febbraio legato con un morso nella bocca che gli blocca
la lingua per non farlo bestemmiare, è portato a Campo de Fiori, a Roma, denudato, legato a un palo e arso vivo.
Una statua eretta al centro della famosa piazza ne ricorda e ne suggella la memoria nei secoli. Naturalmente il film di
Montaldo, uno dei pochissimi sulla figura del grande filosofo di Nola, esemplifica per ovvie esigenze cinematografiche
la visione speculativa, ma l’interpretazione di Volonté vale da sola la visione di una pellicola riconosciuta dalla
critica davvero valida. Nel film di Montaldo è chiaro il tentativo di attualizzare le eresie di Bruno; le sue
argomentazioni sono infatti puramente filosofiche: negare l’infinità dell’universo, ad esempio, significa in sostanza
negare l’infinità di Dio. Dal film appare evidente però il dibattito che ruota ancora oggi intorno alla figura del
filosofo che si concentra sulla valutazione della potenziale modernità del suo pensiero e, di contro, sulla sua
concezione del mondo legata ancora saldamente alla magia. Il grande merito di Montaldo, però, è quello di aver
evidenziato la grande sensibilità dell’uomo prima che del filosofo, apportatore di concreti problemi che si porranno
all’attenzione dell’intellighenzia europea un secolo dopo con l’Illuminismo. Bisogna anche ricordare che tra gli
eretici che compaiono nel film c’è anche Angelo Guglielmi, critico letterario e futuro direttore di Rai 3. La
fotografia è di Vincenzo Storaro e le musiche di Ennio Morricone. Per concludere da segnalare è l’interpretazione
di Charlotte Rampling che, grazie a questo film, ha fatto gioire molti suoi fan.
NOTE BIOGRAFICHE DEL REGISTA
Giuliano Montaldo nasce nel 1930 a Genova. È ancora un giovane studente quando nel 1950 il regista Carlo Lizzani gli affida
il ruolo di protagonista nel film Achtung Banditi!. In seguito all'esperienza si reca a Roma, dove, dopo altre esperienze di recitazione nel
mondo del cinema, comincia un apprendistato come aiuto regista di Lizzani e Pontecorvo. Nel 1960 debutta nella regia con Tiro al piccione,
film sulla Resistenza partigiana, che viene presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 1961. Nel 1964 realizza La moglie
svedese, un divertente episodio del film Extraconiugale. Un importante riconoscimento gli viene conferito al Festival di Berlino con il Premio
Speciale della Giuria per Una bella grinta (1965), lungometraggio che narra le vicende di un arrampicatore sociale nell'Italia del miracolo economico.
Dopo aver girato negli Usa Ad ogni costo (1967) e Gli intoccabili (1969), Montaldo torna in Italia per realizzare la Trilogia sul potere: Gott
mit uns (1969), Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973), film dai quali emerge una profonda riflessione su temi politici e sociali dovuta
anche ai fatti di cronaca nell'Italia di quegli anni. I tre film ricevono ampi consensi e riconoscimenti a vari festival cinematografici
internazionali. Il tema della Resistenza torna nel film L'Agnese va a morire diretto da Montaldo nel 1977.
Seguono altre produzioni cinematografiche, e nel 1980 il regista intraprende la realizzazione di una serie televisiva sulle esplorazioni di Marco
Polo prodotta da vari paesi. Le riprese portano la troupe in Italia, Medio Oriente, Pamir, Tibet, Mongolia e Cina e vede la partecipazione di un
prestigioso cast di attori. L'ultima fase della lavorazione è fatta a Hollywood ed è venduta a 76 nazioni, vince quindi l'Emmy Award come migliore
serie televisiva presentata negli Stati Uniti, e altri riconoscimenti per fotografia, scenografia e costumi. L'esperienza cinese di Montaldo si rivela
un punto di svolta nel suo lavoro.
Nel 1983 al regista - fino ad allora solo cinematografico e televisivo - viene affidato l'allestimento della Turandot di Puccini all'Arena di Verona,
e riceve molti e significativi consensi. Il 1983 è anche l'anno delle riprese in alta definizione di Arlecchino a Venezia, esperimento attuato in
collaborazione con Vittorio Storaro: segnale della volontà del regista di sperimentare nuove tecnologie, e nuovi linguaggi. D'ora in poi, Montaldo
alterna la sua presenza sul set cinematografico a quella in teatro. Nel 1985 torna all'Arena di Verona con Attila mentre negli anni successivi dirige
i film Il giorno prima (1985) e Gli occhiali d'oro (1987), quest'ultimo vincitore del premio "Osella d'oro" per scenografia e costumi alla Mostra del
Cinema di Venezia.
Il 1990 è un anno ricco di proposte per la regia di opere liriche ancora all'Arena di Verona, al Teatro Comunale di Firenze, a Parma e al Regio di
Torino. Nel 1992 tra i vari impegni, il regista genovese è nuovamente a Verona con La Bohème e vi ritorna due anni dopo con Otello. Nel 1997, alla
messa in scena de Il Flauto Magico a Vienna e a Monaco di Baviera si affianca la presentazione di Le stagioni dell'aquila alla Mostra del Cinema di
Venezia, un film che racconta i 70 anni di storia del Cinegiornale Luce utilizzando il materiale di repertorio della storica casa di produzione. Dopo
Nabucco e Rinaldo & Co a Catania nel 1997, Montaldo realizza Tosca a Verona nel 1998 e riscuote un grande successo. L'allestimento è riproposto
dall'Arena per la stagione lirica 2002.