• GIORDANO BRUNO: PER FAVORE RIPARTIAMO DAL FILOSOFO
    intervista di Enzo Marzo ad Anacleto Verrecchia
  • IL PARADOSSO DI GIORDANO BRUNO
    intervista a Jean-Marc Lévy-Leblond
  • UN COSMO TUTTO ANIMATO
    intervista a Luciano Prinetto
  • L'OPERA AL NERO
    intervista a Sandro Mancini
  • L'ERETICO CHE ANTICIPO' EINSTEIN
    di Sossio Giametta
  • PRIMERA DEL TUTTO E' LA MATERIA
    di Michele Ciliberto
  • CON SHAKESPEARE, COMPAGNI DI SCUOLA
    di Fabio Troncarelli
  • LE FORTEZZE DELL'INTOLLERANZA
    di Enzo Mazzi
  • IL ROGO DELLE IDEE
    di Marcello Vigli
  • RISPARMIARGLI IL CORPO PER RAPIRGLI L'ANIMA
    di Gabriele La Porta
  • UN CAMPIONE DEL LIBERO PENSIERO?
    di Dario Rezza
  • COMMENTO CRITICO AL GIORDANO BRUNO DI MONTALDO
    di Lino Miccichè
  • MEA CULPA SENZA RIABILITAZIONE
    [...]







  • GIORDANO BRUNO: PER FAVORE RIPARTIAMO DAL FILOSOFO

    Domani, 17 febbraio, ricorre il quarto centenario della morte di Giordano Bruno. "Eretico pertinace", "con la lingua in giova (soggiogata), per le bruttissime parole che diceva", "preferì, circondato da secche fascine, venir bruciato vivo da divampante fuoco". Così parlano le carte dell'epoca. E quel rogo del 1600, che simbolicamente segna il massimo tentativo della Chiesa cattolica di esorcizzare il nascente pensiero moderno, ancora divampa nelle menti se, come è previsto, attorno a quella data, dopo quattro secoli, si affastelleranno convegni, commemorazioni, manifestazioni, tutti con molta passionalità dentro. Dodici anni complessivi nelle carceri dell'Inquisizione e una fine tanto orrenda che si fa fatica anche a immaginarla, rendono Bruno il simbolo estremo della forza del libero pensiero e parallelamente dell'intolleranza religiosa. In questi giorni però la Chiesa ha condannato l' uso del rogo, confermando il suo giudizio sulla figura di Bruno. Chiedere perdono sarebbe stato un gesto di grande valore formale (com' è già avvenuto per Galilei), ma non avrebbe ridotto le ragioni profondissime del conflitto, perche' certamente la Chiesa non potrà intaccare l'armamentario ideologico che in tempi differenti portò, come logica conseguenza rigorosa, a quella tremenda condanna. Non è un caso che il Papa quasi in ogni occasione accusi il relativismo come fonte di tutti i mali. E Bruno fu tra i primi veri grandi relativisti. Siamo andati a trovare Anacleto Verrecchia, che di Bruno sa tutto: per un decennio ha ripercorso passo passo le sue tracce in tutt'Europa. Ne è sortito un volume biografico di più di 400 pagine, stampato da una casa editrice austriaca, Boehlau, che presto è diventato in Europa un testo di riferimento.

    -In tedesco?
    "Certo, perche' questo e' un paese impretagliato", sospira il battagliero autore. "Eppoi, c' è da ricordare che i primi a rivalutarlo furono proprio i tedeschi alla fine del ' 700. Il giudizio piu' profondo l' ha dato Schopenhauer quando ha scritto che tra tutti i filosofi Bruno e' l' unico che si avvicini a Platone".

    -Anche in Italia Bruno sta conoscendo una crescente rivalutazione.
    "Si' , se ne parla anche in Italia, e molto, ma tra le disgrazie postume toccate a Bruno c' e' anche quella d' essere finito nella mani dei pedanti e degli accademici, due categorie di persone da lui tanto detestate".

    -E' uscito ora un volume di Saverio Ricci.
    "Me le sono lette tutte le 650 pagine. Il libro è pizzoso e affoga Bruno in un mare di digressioni. Mi fa venire in mente l' aforisma di Lichtenberg contro quelli che sono solo abili a ricavare un libro nuovo da un paio di libri vecchi".

    - Lo stanno sponsorizzando i Gesuiti e i cardinali.
    "Lo credo, infatti Ricci intinge la penna nell'acqua santa".

    - Sarebbe stato auspicabile un "pentimento" del Papa?
    "Non mi piace vedere la gente in ginocchio, anche se si tratta di gente di Chiesa. Pero' non sarebbe male che il Papa andasse a deporre un mazzo di rose sotto la statua a Campo de' Fiori, e in silenzio".

    - Anche se forse farà riferimento ai roghi, come puo' , il Papa, accettare la cosmogonia di Bruno?
    "Certamente non lo puo' fare, perche' altrimenti gli cadrebbe tutto addosso. La teoria di Bruno, secondo la quale l' universo e' eterno, esclude l' idea di un Dio creatore, si avvicina semmai al buddismo. Bruno esce completamente dal cristianesimo e dal teismo. E proprio questo gli fruttò il rogo. E' da poco che la Chiesa è diventata cosi' sentimentale. Il peggiore fanatismo infatti e' quello delle religioni monoteiste. E lo si capisce facilmente: un Dio unico e' geloso. Ancora nel secolo scorso in Italia, quando nel 1889 fu inaugurato il monumento a Bruno, il Vaticano non reagi' con stile ed eleganza. Papa Leone XIII, che conferiva con lo Spirito santo e civettava con le Muse vantandosi di conoscere i classici e le opere di Galilei, invio' una lettera d'ammonimento da leggere a tutti fedeli in cui Bruno veniva diffamato in maniera vergognosa. In seguito, il Vaticano arrivo' addirittura a pretendere la distruzione di quel monumento. Ma il capo del governo italiano dell'epoca, Mussolini, rispose picche. Il Papa allora reagì in modo ancora piu' meschino, proclamando santo il cardinale Bellarmino, uno dei piu' truci ed ottusi giudici di Bruno".

    - I fatti sono duri come pietre, ma pure per la vicenda di Bruno non mancano storici negazionisti.
    "Gli storici revisionisti sono preti di complemento, che per me sono ancora peggiori dei chierici veri: come si puo' scrivere che l' Inquisizione non amava versare il sangue e preferiva salvare le anime? Come si puo' occultare che anche quelli che abiuravano finivano quanto meno sulla forca o sul rogo? Al massimo venivano strangolati prima. Che gentilezza da parte di una religione che si spaccia per messaggera d' amore".

    - Basti pensare al fatto che, se con Bruno s' inauguro' il Giubileo del 1600, nello stesso anno tale Francesco Moreno non resistette alle "pressioni", chiese perdono a Dio e si comunico' "con grande devozione": ciononostante, pochi minuti dopo, fu portato "in Ponte, dove ivi fu appiccato e abrugiato". Simile la fine di Servadio Ebreo, "appiccato" il 25 giugno "a piazza Giudea", solo perche' ebreo.
    "Bruno fu la vittima piu' illustre ma non l' unica, una moltitudine, prima e dopo di lui, fu sacrificata sull' altare del Dio cristiano. Penso a Vanini, un altro filosofo che fu ucciso in maniera ancora piu' atroce. Spesso mi capita di leggere che la Chiesa fece di tutto per salvare Bruno e che il processo non ebbe nulla d' illegale. Gia' . Che c' e' di legale nel bruciare vivo un filosofo solo perche' aveva il vizio di pensare? Ho l' impressione che negli scritti degli apologisti colti la pazzia vada a braccetto con la malvagita' . Gia' il processo d' eresia in se' e' qualcosa di diabolicamente mostruoso. Nessuno puo' sapere quali sevizie gli siano state inflitte durante i sette anni nel carcere dell' Inquisizione romano, piu' uno nelle carceri veneziane. Che sia stato torturato e' sicuro, perche' affiora da un documento".

    - Siamo in presenza di un paradosso: l' orrore del rogo colpisce talmente l' immaginazione che oscura lo straordinario valore delle idee di Bruno.
    "Questo pericolo c'è . Un'altra disgrazia che e' toccata a Bruno e' d' essere considerato piu' vittima dell' Inquisizione che non filosofo. Dobbiamo renderci conto che ci troviamo di fronte a uno dei piu' grandi pensatori della storia umana. In questi giorni la rivista Sterne und Weltraum del Max Planck Institut dedica un denso saggio di dieci pagine per mettere in risalto le sue strabilianti intuizioni in campo cosmologico".

    - Si sa che Bruno supero' l' intuizione di Copernico che la Terra non fosse al centro del sistema solare, e arrivo' a capire che lo stesso Sole non era al centro dell' universo. Un filosofo ha detto molto bene che Bruno condensa in se' la non indolore nascita della modernita' . Ma vi sono altri esempi piu' specifici?
    "Certo, sostenne per primo che le stelle fisse erano dei soli; che dopo Saturno, allora considerato l' ultimo pianeta, ce ne erano altri; che i pianeti si muovono tanto piu' lentamente quanto piu' distano dal Sole; che tutti i corpi celesti ruotano sul proprio asse; che la Terra e' appiattita ai poli. E questo prima di Galilei e senza cannocchiale. Lo sa che Galilei e Keplero saccheggiarono le sue opere senza neppure nominarlo? Vuole altro?".
    [16 febbraio 2000,"Corriere della sera", cultura]




    INTERVISTA A JEAN-MARC LEVY-LEBLOND

    Jean-Marc Lévy-Leblond è fisico matematico dell'università di Nizza e critico scientifico, autore tra l'altro di Aux Contraires - L'exercice de la pensée et la pratique de la science (Gallimard, Parigi, 1996), La pietra di paragone (Cuen, Napoli, 1998), e curatore della prima traduzione francese del Dialogo di Galileo (Seuil, Parigi 1992).

    Chi è per lei Giordano Bruno?
    Non sono un esperto di Giordano Bruno e l'ho scoperto piuttosto tardi, confesso: quello che mi ha colpito innanzitutto è che è un malmostoso. Mai contento, sempre arrabbiato, litiga con tutti e questo me l'ha reso subito simpatico. Lo so, si è scritto che è stato un precursore della relatività: a me sembra vero e falso. A lungo, è stato considerato un pensatore medievale attardo, poi è venuto un periodo in cui lo si è considerato come un precursore di Galileo e perfino di Einstein. Vero e falso: è il solito problema posto dai precursori e da una lettura retroattiva della storia la quale mi pare sempre piuttosto problematica. E' esatto che cercando in alcuni testi, e in particolare nella Cena delle ceneri, si trovano passi dove Giordano Bruno si pone sul movimento relativo domande che prefigurano quelle che si ritroveranno decenni dopo in Galileo. Ma non hanno affatto lo stesso significato. Bruno, contrariamente a Galileo, non è un fisico: è un metafisico, o un cosmologo se vogliamo. E perfino quando certe sue idee sono poi riprese o amplificate da Galileo, sarebbe un abuso trasformarlo in un fisico ante litteram o in un annunciatore della meccanica.

    Eppure sono idee familiari per la fisica odierna: universo infinito, mondi multipli, vita cosmica.
    Proprio così, ed è qui il grande paradosso di Giordano Bruno. E' un precursore non tanto dei suoi immediati successori come Galileo quanto della modernità. Per certi versi, è più moderno di Galileo, prima di tutto sull'argomento del cosmo infinito, un punto sul quale Galileo rimane invece molto cauto. Poi sulla pluralità dei mondi e sulla vita generalizzata, cosmica, che riempirebbe l'intero universo. La sua visione del mondo - è preferibile chiamarla così piuttosto che "teoria fisica" - è del tutto moderna.

    Si capisce facilmente che un fisico teorico si interessi a Galileo, stupisce di più che legga Giordano Bruno.
    Deve essere per il fatto che non sono unicamente un fisico! Se fossi unicamente un fisico, non potrei fare a meno di interessarmi a Galileo - con vera passione - e mi basterebbe. E' difficilissimo leggere Bruno, da fisico, mentre quando leggo Galileo mi sento "fra colleghi", lo riconosco: scrive "come uno di noi". Con Bruno la distanza è grande. Ovviamente, non pretendo di capire tutto - ci vorrebbero riferimenti culturali e una conoscenza del contesto storico ben più vasta della mia. Quindi l'interesse e addirittura il fascino - piuttosto recente, lo ripeto - che G. Bruno esercita su di me, vengono appunto dalla sua esteriorità rispetto alla scienza propriamente detta, dal paradosso di cui parlavo prima e che riformulerei così: nonostante non fosse ancora uno scienziato, né un fisico, e avesse ereditato modi di pensare arcaici, medievali, legati a concezioni ermetiche, e forse per queste stesse ragioni, Bruno ci appare estremamente moderno. Ci dimostra che non possiamo avere una visione lineare della storia ed è questo ad appassionarmi. Elementi che in un periodo dato possono essere giudicati arcaici e superati diventano di converso quelli che si rivelano più moderni e anticipatori.Scusi se ci impicciamo dei fatti suoi, ma cosa fa il 17 febbraio? Sarò a Campo dei Fiori, a Roma.




    INTERVISTA A LUCIANO PARINETTO

    Luciano Parinetto è professore di Filosofia Morale alla Statale di Milano. Ha pubblicato, per Rusconi, un libro dal titolo Processo e morte di Giordano Bruno. Oltre a un ampio saggio introduttivo, il volume contiene una raccolta di documenti del processo veneziano, il sommario del processo romano e i documenti che riguardano la fine sul rogo di Giordano Bruno.

    Chi è per lei Giordano Bruno?
    Potrei rispondere che è un mago, nel senso che Bruno stesso, citando Aristotele, dà a questo termine, e cioè semplicemente "sapiente". E' un sapiente rinascimentale, come lo poteva intendere la cultura del rinascimento, che includeva ovviamente anche la poesia. Forse questa è la più esatta definizione sintetica che si possa dare di Giordano Bruno. La fine che la Santa Chiesa e la Santa Inquisizione gli hanno fatto fare è però una fine da strega. Anche questo aspetto da un'idea della complessità della sua figura.

    Come vede, da filosofo, quegli scienziati che in fisica e in cosmologia trovano degli spunti in Giordano Bruno?
    Se scartiamo le letture di tipo positivistico, direi innanzitutto che Giordano Bruno mostra un punto di vista decisamente non scientifico, almeno nel senso in cui oggi intendiamo il termine. E direi neanche prescientifico. Bruno non si interessa assolutamente di quella che sarà la cosiddetta nuova scienza, Galilei, Descartes, ecc., e d'altra parte non poteva conoscerli. Il suo punto di vista è completamente diverso, è quello di un cosmo immenso, infinito, tutto animato, nel quale quindi abita anche la magia, l'alchimia, e tutte quelle (allora) scienze che si collegavano ad una natura considerata animata. Non è neppure un copernicano: rimprovera a Copernico l'idea della centralità del Sole. Per Bruno nell'infinito non c'è né centro né circonferenza.

    Da dove arriva la sua passione per Giordano Bruno? Che cosa l'ha messo "sulla pista"?
    Si tratta di una figura quanto mai suggestiva, non solo per il suo pensiero, ma anche per la sua biografia, per la sua figura in carne e ossa. E' veramente un simbolo, ed è il simbolo di colui che vuole pensare seguendo i propri principi e non principi imposti dall'alto, che vengano dalla chiesa, da Aristotele o da qualsiasi altra istanza. Moltissimi hanno voluto accaparrarsi il suo pensiero, dagli anarchici ai panteisti, e direi che fino a un certo punto questa operazione è legittima, perché la morte di Bruno ha proiettato su tutto il resto della sua vita qualche cosa che ha trasformato la sua vita stessa. Molte volte nelle sue opere ritorna a dare un ritratto di se stesso in cui campeggia la morte. Quindi anche lui si poneva il problema del significato che la sua morte poteva avere per il suo pensiero. Pasolini, parlando dell'Edipo, disse che la morte costituisce un montaggio, un linguaggio tecnico, filmico, intendendo con questo che la morte dà una sintesi di una vicenda e di una persona che trascura molti aspetti, ma mette anche in luce cose che altrimenti non si erano notate. In Bruno questa considerazione è particolarmente eclatante: il rogo di Bruno proietta su tutta la sua vicenda qualche cosa che nessuno avrebbe immaginato con lui in vita. Chiunque abbia a cuore la libertà di pensiero, la possibilità di esprimere le proprie idee, di atteggiarsi in una certa maniera, di agire nel mondo, può ricollegarsi a questa figura, che diviene così un simbolo. La cosa interessante, l'errore più grande che ha fatto la santa inquisizione, è proprio che con il rogo di Bruno ha verificato le sue teorie magiche. In Bruno uno degli aspetti fondamentali è l'efficacia dell'imago, dell'immagine. L'immagine magica è qualche cosa che opera con efficacia se usata in una certa maniera. La Santa Inquisizione ha imposto al mondo e alla memoria degli uomini questa immagine della figura bruciata che si è impressa nella memoria universale, e così in un certo senso ha reso vera la teoria magica di Bruno. E' stato uno scacco tremendo per la chiesa cattolica e per l'inquisizione.




    INTERVISTA A SANDRO MANCINI

    Sandro Mancini è Professore di Filosofia Morale all'Università di Palermo. Ha in preparazione, per i tipi di Mimesis, un libro dal titolo "La sfera infinita: identità e differenza nel pensiero di Giordano Bruno".

    Chi è per lei Giordano Bruno?
    Centralità della vita e la correlazione universale, il relazionismo. Il rinascimento è una mia vecchia passione: in particolare mi sono occupato di Montaigne, su cui ho scritto un libro, e adesso di Giordano Bruno, su cui sto terminando un libro proprio in questi giorni. Sono figure diverse e anche molto simili: avevano a Parigi gli stessi interlocutori politici; Montaigne muore nel 1592 e nello stesso anno Bruno viene arrestato, e quindi muore al mondo (morirà fisicamente 8 anni dopo, nel 1600, al termine del processo). Tutti e due hanno poi capito che le tesi di Copernico non sono solo un'ipotesi matematica per spiegare certe cose, ma portano a una nuova concezione. Una concezione che non consiste solo nel sostituire un centro a un altro, il Sole alla Terra, ma implica il passaggio da un pensiero con un centro a un pensiero senza centro. Questa è la prospettiva aperta da Montaigne e da Bruno. E' un pensiero che un secolo dopo Pascal accoglierà, ma con sgomento, e che invece inebria quel cantore dell'immenso che è Giordano Bruno.

    C'è una parola che ricorre fra chi studia Giordano Bruno: enigmaticità.
    Chi ha letto l'Opera al nero della Yourcenar, di cui è protagonista, può capire la caoticità di quest'epoca, che si coagula nella caoticità di persone che si affastellano tumultuosamente tra prospettive antiche e moderne, un'epoca in cui il nuovo e il vecchio cozzano uno con l'altro. Nella persona di Giordano Bruno questo urto è particolarmente veemente, me egli ingegna di tradurlo in filosofia, nel pensiero della coincidentia oppositorum, che è poi il suo registro. Io credo che Bruno consapevolmente porti avanti due strategie complementari e opposte: una che punta all'identità, il pensiero dell'uno, e una a quello delle differenze. Pensare i differenti e pensare l'unità con due filosofie che poi comunicano: questa è sostanzialmente la chiave della sua enigmaticità. Poi c'è l'enigmaticità di un individuo che anticipa per molti aspetti il pensiero contemporaneo e per altri aspetti è invece completamente immerso in un mondo ancora classico: è un mago, è un astrologo. Anche questa è una coincidentia oppositorum: Bruno è insieme molto arcaico e molto moderno.

    Alternando in questa serie di interviste scienziati e filosofi, ci sono alcuni temi che necessariamente passano dagli uni agli altri. Per esempio il tema del tempo…
    Bisogna premettere che Bruno parla sempre da filosofo, perché l'idea che abbiamo noi di scienza nasce pochissimo dopo, con Galileo, con Cartesio. Si ricordi che Bruno concorre a quella cattedra di matematica a Padova che gli viene negata per essere poi coperta pochi anni dopo da Galileo. La rivoluzione scientifica sta arrivando, ma Bruno, come Campanella, è al di qua: non lo si può inserire nella prospettiva del pensiero scientifico moderno. Ciò premesso, Bruno porta il pensiero dell'onnicentrismo, cioè di un universo infinito dove ogni punto è insieme centro e circonferenza di una sfera infinita, e quindi dove non esiste centro e non esiste periferia. Questo relativizza tutte le dimensioni: significa che l'universo è privo di tempo perché ha una durata perenne, ma all'interno dell'universo ogni corpo - e tutti gli astri, che per Bruno sono dei grandi corpi, dei grandi animali - ha un proprio tempo, ma un tempo relativo al singolo corpo che è insieme centro e periferia, cioè insieme assoluto, eterno e al tempo stesso relativo.Bruno è il pensatore per il quale solo l'uno è, e nello stesso tempo è il pensatore della metamorfosi universale delle forme, per cui tutto si trasforma in tutto in un perenne fluire. Il motto di Bruno era In tristitia ilaris, in ilaritate tristis, allegro nelle cose tristi e triste nelle cose allegre: fu un pensatore che amava rovesciare le antitesi una nell'altra, proprio perché aveva capito questo pensiero dell'infinito.




    L'ERETICO CHE ANTICIPO' EINSTEIN

    Il 17 febbraio sarà in libreria, a quattrocento anni esatti dalla morte sul rogo di Giordano Bruno, il libro di Anacleto Verrecchia, Giordano Bruno. La falena dello spirito (Donzelli, pagg. 350, euro 22,72). Questa biografia critica, che era già uscita in tedesco presso l'editore Böhlau di Vienna nel 1999, è un atto di accusa di violenza inusitata contro i persecutori e carnefici del grande nolano. I fatti, naturalmente erano noti, sebbene del processo ci siano rimasti solo documenti frammentari. E anche la biografia di Bruno era stata già scritta con competenza da altri, fra cui Verrecchia cita quella di Vincenzo Spampanato, concittadino di Bruno, ottima per la ricerca filologica, ma troppo simile, secondo lui, a una mappa catastale. Anche quella di Luigi Firpo è minuziosa e precisa, sicché alla fine si sa anche quello che Bruno mangiò prima del rogo, come sembra abbia detto lo storico Walter Mauri, ma obiettando: "Dove sta la personalità di Giordano Bruno?". Dunque Verrecchia ha scritto la sua contro questi "scalpellini dello spirito", che squadrano le pietre ma non pensano all'edificio a cui serviranno, per far valere, al di sopra dei particolari, la grande e indomita personalità teorica e morale di Bruno, come genio anticipatore e apostolo della libertà di pensiero. In più Bruno è, a detta di Schopenhauer, il solo filosofo che si avvicina a Platone per il connubio di poesia e filosofia. Dunque si capisce da che cosa Verrecchia, enfant terrible della filosofia italiana, sia stato spinto a scrivere la biografia della "falena che bruciò nella propria luce". Ma c'è anche un altro motivo. Nella difesa di Bruno i tedeschi battono gli italiani. Questi, dice Verrecchia, dopo averlo bruciato, lo hanno dimenticato. Invece i tedeschi - Goethe, Jacobi, Schelling, Schopenhauer ecc. - lo hanno resuscitato alla fama. Seguiti dai francesi che ora curano, in collaborazione con l'Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, un'edizione bilingue delle opere di Bruno (i primi cinque volumi, pubblicati da Les belles lettres di Parigi, furono presentati il 29 gennaio 1997 al Parlamento europeo di Bruxelles, c'era anche il premio Nobel Prigogine, che solo oggi teorizza sul piano scientifico la tesi bruniana dell'universo aperto in continua evoluzione e rivoluzione. Evidentemente stupito di aver trovato un così grandioso predecessore, Prigogine protestò che Bruno era stato non solo martirizzato ma anche oscurato per secoli). C'è pure qualche tedesco, come Ludwig Kuhlenbeck, curatore in Germania delle opere di Bruno, che s'è messo in testa di germanizzare Bruno. Secondo lui Bruno discenderebbe da una colonia dì lanzichenecchi tedeschi dì Nola, e i suoi pensieri eserciteranno tutto il loro influsso solo quando si saranno spogliati della veste romanza per indossare quella della lingua più nobile, la sua. Ci mancava pure questa, inveisce Verrecchia, che respinge il senso di inferiorità che molti italiani provano verso la cultura tedesca. Infine, dopo aver ripetuto con Schopenhauer che di un autore bisogna leggere le opere e non i compendi professorali, Verrecchia si guarda dal fabbricarne uno lui stesso e si limita porre in risalto alcuni punti di particolare importanza. Rileva l'originale e moderna, ma poco notata, consonanza della filosofia di Bruno con la filosofia indiana. Il buddhìsmo, nella sua dolcezza e tolleranza, dice, è alieno dalle cupezze, violenze e guerre che hanno macchiato il passato della Chiesa. In questo stile orientale, gli sta particolarmente a cuore la predicazione bruniana dell'omogeneità di tutte le creature, la fratellanza con gli animali, svantaggiati rispetto agli uomini, che se ne cibano e li usano senza scrupoli. Se si considera che Bruno mori cinquant'anni prima di Cartesio, che considerava gli animali macchine animate, si misura lo scarto che egli rappresenta rispetto al filosofo francese. Bruno dimostra che gli animali agiscono per intelligenza e non per istinto, come si dice, e che in tante cose sono più intelligenti degli uomini. Ma l'amore universale di Bruno abbraccia anzitutto i poveri che soffrono e lavorano. Era egli stesso amante della povertà e condannò la brutalità dei conquistatori d'America contro le popolazioni locali. Verrecchia rivendica poi l'importanza scientifica del pensiero di Bruno. Esso anticipa, con l'omogeneità di tutte le creature e l'evoluzione continua del mondo, l'evoluzionismo di Darwin e le mutazioni delle specie. Entusiasta del copernicanesimo e dell'onnicentrismo di Cusano nell'universo infinito e senza centro, Bruno fu il primo a dire che il sole ruota intorno al proprio asse, che le stelle fisse sono soli, che la terra è schiacciata ai poli. Anticipò le tre leggi di Keplero, la forma ellittica dell'orbita dei pianeti e intuì il rapporto inversamente proporzionale della loro velocità con la distanza dal sole. Verrecchia afferma che egli anticipò la teoria della relatività. Anzi, quasi la superò. Perché la relatività, per cui spazio, tempo, massa, velocità ecc. si contraggono e reagiscono tra loro, lega gli elementi in un modo che avrebbe dovuto indurre Einstein a proclamare l'organicità, invece della meccanicità, delle leggi naturali. Galilei, dice Verrecchia, prese molte idee da Bruno senza nominarlo, cosa che Keplero gli rimproverò. Ma nominarlo, aggiunge, sarebbe stato pericoloso, data la sua cattiva reputazione, e Galilei non aveva la forza morale di Bruno. Per di più era uno scienziato e non un filosofo, esplorava il come ma non il perché dei fenomeni, era empirico e non metafisico. Ma studiare la meccanicità invece che l'organicità dell'universo impone agli scienziati un limite che essi tentano invano di superare a forza di eccezioni. In filosofia Bruno fu il primo a parlare di monade e Leibniz, che possedeva le sue opere, ne fu certo influenzato nello scrivere la Monadologia. Hamann, il "mago del Nord". conosceva un pò Bruno e smaniava per la "sua" coincidenza degli opposti, (che però era del "divino" Cusano, amatissimo da Bruno). Il suo discepolo Iacobi fu il primo a diffondere le idee di Bruno in Germania. Sostenne che Gassendi, Descartes, Spinoza e Leibniz avevano tratto da Bruno molti elementi dei loro sistemi. Particolarmente importante è in Bruno la teorizzazione tra forma e sostanza, divise in Aristotele, e l'affermazione, contro le regole aristoteliche, che le regole la poesia le dà, non le riceve. La concezione dell'anima del mondo che dà vita e forza a tutti gli esseri e anima tutte le cose, anche del mondo inorganico, anticipa la metafisica di Schopenhauer, salvo che a Bruno, poeticamente ispirato, il tutto sembra diviso e a Schopenhauer (e a Verrecchia) diabolico. Ma tutto il libro è un racconto mozzafiato della vita movimentatissima di questo eroe del libero pensiero. Che ebbe rapporti con il re di Francia, l'ambasciatore francese a Londra, sapienti e nobili, l'ultimo dei quali, però, Giovanni Mocenigo di Venezia, lo tradì, facendogli concludere la vita sul rogo. Appassionato e caustico, dotato di uno stile vivo, robusto e personalizzato, Verrecchia non annoia mai il lettore, lo diverte e lo commuove, per farlo assistere infine, impietrito, alla tragedia finale. Che è però anche l'apoteosi del filosofo.
    [Sossio Giametta]




    PRIMERA DEL TUTTO E' LA MATERIA

    Singolare destino, quello di Giordano Bruno. Se si scorrono i giornali di queste settimane, si può vedere bene che neppure oggi, a quattrocento anni dal rogo di Campo dei Fiori, è facile fare i conti con la sua morte, e, prima ancora, con il senso e il significato della sua vita. Ieri come oggi, Bruno resta un autore complesso, del quale è difficile parlare con distacco critico, con equilibrio, sia da parte dei "laici" che da parte dei "cattolici". Anzi: per quanto possa apparire paradossale oggi sono soprattutto autorevoli rappresentanti della Chiesa romana a interrogarsi sul senso della vicenda di Bruno, concentrandosi - comprensibilmente - sul processo e sul rogo che conclusero la vita del Nolano. Meno aperta, meno acuta risulta l'attenzione della cultura "laica" che pure, in altri momenti, ha ingaggiato importanti battaglie nel nome di Giordano Bruno. Non che si debbano rimpiangere gli scontri della seconda metà dell'800: la "brunomania" da un lato; le polemiche del padre Previti dall'altro. Se la Chiesa riapre il "caso" Bruno - mirando a quella "purificazione della memoria" di cui ha parlato il Pontefice - è un fatto positivo. Osservo solamente che la cultura "laica", con poche eccezioni, sostanzialmente tace, non fa sentire la sua voce, fatica a prendere posizione su un autore - e su una figura - che è parte costitutiva della sua storia: si abbandona a una sorta di routine celebrativa senza fare sforzi critici significativi, lasciando spazio a una sorta di revival neo-clericale. Certo: ci sono, in generale, iniziative importanti - dai programmi varati dal Comitato nazionale per le celebrazioni del IV centenario della morte, alle manifestazioni promosse dal Comune di Roma, a cominciare dall'importante convegno che è iniziato ieri, dai servizi di alcuni giornali (Il Sole, l'Unità) a iniziative editoriali di qualità. Ma intendo alludere a qualcosa di più specifico: all'assenza di un'assunzione di responsabilità da parte della cultura "laica" paragonabile, per forza e intensità, a quella della Chiesa romana. Con gli effetti che discendono naturaliter da una situazione di questo genere: si discute della "regolarità" del processo, della "correttezza" della procedura inquisitoriale, rischiando di mettere sullo stesso piano "vittime" e "carnefici"; tralasciando di richiamare l'attenzione su Bruno, sulle opere che egli venne scrivendo in un decennio di attività eccezionale, sulla sua figura di uomo e di filosofo. Oltre a dimenticare l'ammonimento rivolto da Castellione a Calvino, quando fu bruciato Serveto: uccidere un uomo non vuol dire difendere una dottrina; significa sempre e soltanto uccidere un uomo. Vale perciò la pena di concentrare l'attenzione su quelli che sono alcuni aspetti fondamentali della "nova filosofia", a cominciare da quello che ne è il tratto distintivo fondamentale: la proclamazione dei diritti della "libertas philosophandi" che non può chinare il capo di fronte ad alcun principio di consuetudine e di autorità. "Nell'ambito della filosofia... è infatti rischioso - scrive Bruno - avanzare definizioni prima di aver ponderato bene l'argomento, è iniquo accettare una opinione in ossequio ad altri, è degno di servi e di mercenari, nonché contrario al valore della libertà umana, sottostare e inchinarsi a qualche autorità, è stoltissimo credere per abitudine, è assurdo prendere per buona una tesi perché un gran numero di persone la giudica vera...". Sta qui - in questa programmatica criticità - il carattere radicalmente eversivo di tutta la filosofia bruniana. E quando dico questo non penso solamente alle posizioni assunte dal Nolano di fronte agli Inquisitori - fino alla scelta di morire, a difesa di quella che gli appariva l'inalienabile verità. Mi riferisco, anzitutto, alle scelte filosofiche e culturali che egli venne facendo lungo tutta la sua vita, ripensando dalle fondamenta la "tradizione" filosofica e scientifica sia antica che moderna. E' un punto, quest'ultimo, tanto importante quanto trascurato: Bruno non respinge a priori le filosofie del passato, compresa quella aristotelica. Le sottopone a un'analisi critica serrata, assumendo come pietra di paragone la loro "operatività", i buoni - o i cattivi - "effetti" che esse sono in grado di produrre, dal punto di vista della "verità" e della "civiltà". Ma riconosce esplicitamente la pluralità delle vie di accesso alla verità: "non mi parrà - scrive - quella filosofia degna di essere rigettata, massime quando, sopra a qualsivoglia fondamento che ella presupponga, o forma di edificio che si proponga, venga ad effettuar la perfezione della scienza speculativa e cognizione di cose naturali, come invero è stato fatto da molti più antichi filosofi...". E' su questa base che Bruno critica Aristotele - di cui sottolinea, appunto, l'infecondità -, riscoprendo, per contrasto, l'antichissima sapienza degli Egizi i quali, attraverso la magia, erano stati in grado di operare "meravigliosi effetti" naturali, riuscendo a "colloquiare" con la divinità. E' da questa radice critica che discende la stessa scoperta bruniana della "infinità" dell'universo e dei mondi innumerabili, messa a fuoco tramite una serrata discussione dei "caratteri" e della "natura" della divinità: "perché - si chiede Bruno - vogliamo o possiamo noi pensare che la divina efficacia sia ociosa? Perché vogliamo dire che la divina bontà la quale si può comunicare alle cose infinite e si può infinitamente diffondere, voglia essere scarsa ed astringersi in niente, atteso che ogni cosa finita al riguardo de l'infinito è niente?". Di qui scaturisce, infine, la critica nei confronti dello stesso Copernico il quale, più "matematico" che "filosofo", non è riuscito a pervenire all'affermazione della infinità, pur aprendo la strada alla "scoperta" che i "soli" sono infiniti come sono infinite le "terre", e che sia gli uni che gli altri sono fatti della stessa materia, anche se i primi risplendono "per se"; mentre le seconde risplendono "per altro", cioè per l'azione dei soli. "Una è la materia primera del tutto", conclude infatti Bruno, dissolvendo definitivamente le fondamenta ontologiche dell'universo aristotelico. Se si volesse afferrare il centro archimedeo di questa filosofia è proprio al concetto di materia che si dovrebbe, dunque, guardare. In netta polemica con Aristotele - e radicalizzando temi plotiniani - Bruno perviene a una concezione della "materia universale", che è, al tempo stesso, fondamento sia della "materia corporea" che di quella "incorporea", raggiungendo in un colpo solo due risultati teorici decisivi: da un lato spezza l'identificazione di "materiale" e di "corporeo", dall'altro apre la strada al riconoscimento della presenza della materia anche nella divinità, nelle "cose incorporee". Piena coincidenza di potenza e atto, la materia universale non si configura più come "pressocché niente"; al contrario, è la "fonte" dell'infinito "prodursi" di tutta la realtà. Simile alla "pregnante" che "manda" e "riscuote da sé", la sua "prole", la materia contiene in sé tutte le forme; è "cosa divina e ottima parente, genitrice e madre di cose naturali, anzi la natura tutta in sustanza". "Fonte de la attualità" di ogni cosa la materia, per Bruno, è Vita, materia infinita. Nell'Europa del '500 non c'è filosofia più radicalmente anticristiana di quella del Nolano, ma per comprenderne fondamenti e caratteri è questo concetto di materia, e il suo infinito prodursi, che occorre comprendere. Come si legge nella sentenza di condanna - e come denunzia Mocenigo agli Inquisitori - Bruno sostiene che i mondi sono innumerabili, che l'anima può passare da un corpo all'altro (secondo il principio della metasomatosi); che la magia è cosa lecita; che Mosè era un mago; che il mondo è eterno; che le sacre Scritture "sono un sogno"; che non vi è punizione dei peccati; che non esiste l'Inferno né il Purgatorio; che anche il diavolo sarà salvato; che solo gli Ebrei hanno origine da Adamo ed Eva; che i dogmi dell'Incarnazione e della Trinità sono pure fantasie; che Cristo faceva miracoli apparenti, che era un mago e che "mostrò di morir malvolentieri"... Sono tutte accuse fondate nelle posizioni sostenute da Bruno sia nei dialoghi volgari che nelle opere latine, ma sgorgano, una per una, dalla concezione della materia alla quale si è fatto riferimento. Se è vero - e lo sottolinea Bayle - che per Bruno la "materia dei corpi non è differente dalla materia degli spiriti", si capisce come e perché egli possa affermare, con piena coerenza, che "la Parca non solamente nel geno della materia corporale fa indifferente il corpo dell'uomo da quel de l'asino, et il corpo e gli animali dal corpo di cose stimate senz'anima, ma ancora nel geno della materia spirituale fa rimaner indifferente l'anima asinina da l'umana, e l'anima che costituisce gli detti animali, da quella che si trova in tutte le cose...". Tra l'anima dell'uomo e quella delle bestie per Bruno non c'è alcuna differenza, dal punto di vista della sostanza. Quello del Nolano è dunque un pensiero radicalmente rivoluzionario: utilizzando in modi geniali anche materiali arcaici egli riesce a presentare una concezione del tutta nuovo dell'universo; dell'uomo al quale, nell'infinito, è tolta ogni "centralità" di ascendenza umanistica; del processo di accesso alla verità, rappresentato da Bruno attraverso l'esperienza "apocalittica" dell'"eroico furore", in cui si intrecciano in un nodo solo "intelletto" e "volontà", "ragione" e "passione", "anima" e "corpo", nel fuoco di un'esperienza d'Amore che è l'unica in grado di aprire la strada alla visione del Dio, dell'unità. Si capisce dunque perché l'Europa abbia letto con turbamento i suoi scritti, assistendo in silenzio alla sua morte. Bruno non ha niente in comune con la vecchia cultura; ma è anche distante, su punti cruciali, dai protagonisti della "rivoluzione scientifica" moderna, a cominciare da Galileo. E si può intendere anche perché la Chiesa l'abbia combattuto fino a farlo mettere al rogo, dopo un lunghissimo processo. Ma non ha senso parlare, oggi, fermarsi solo sul processo, interrogarsi sulla sua "regolarità", concentrando in quel punto pur decisivo tutta la sua esperienza umana e intellettuale. E' un altro il terreno sul quale porre la discussione: ciò che più di tutto conta, oggi, è discorrere della sua vita, della sua filosofia, delle idee straordinarie che egli ha consegnato alla "modernità". E anche a proposito del processo credo che si debbano dire alcune cose. Quello di cui occorre discutere non è il come - cioè se il processo si sia svolto in modo corretto, oppure no - bisogna interrogarsi sul perché di quel processo. E prima ancora sulla ineluttabilità di quell'esito, di quella morte. Gli storici amano concentrarsi su "ciò che effettivamente è stato", non su quello che poteva accadere e non è accaduto. Ma la storia si fa anche con i se, riaprendo il campo di possibilità da cui si origina quello che poi si configura come necessità. C'è dunque un'altra, radicale, domanda da farsi per comprendere sia il destino di Bruno che la storia della cultura europea moderna - di quella "laica" come di quella "cattolica" - dopo quel rogo: e se quel processo non ci fosse stato, e se Bruno non fosse stato messo a morte il 17 febbraio del 1600 in Campo dei Fiori?
    [17/02/2001 Michele Ciliberto]




    CON SHAKESPEARE, COMPAGNI DI SCENA

    Creatore di linguaggio, di immagini esuberanti e allegorie rutilanti, Bruno ruppe con la forma chiusa del trattato del '500 La bella biografia del filosofo nolano scritta da Saverio Ricci invita implicitamente a riflettere sul destino singolare di un uomo vissuto in un'età singolare. Il volume di Ricci si chiude infatti in un modo problematico: dopo aver evocato in centinaie di pagine equilibrate e autorevoli la complessa avventura di un uomo così fuori dal comune e dopo aver narrato la sua fine drammatica, Ricci lascia affiorare il sentimento di rimpianto nei confronti della perdita rappresentata dalla morte di Bruno, attraverso la pura e semplice rievocazione della simpatia umana di alcuni amici e ammiratori del nolano, a cominciare da William Shakespeare che in Pene d'amor perdute aveva rievocato Bruno, mettendo in scena l'estroso Berowne. Il rimpianto per la perdita di un personaggio come Bruno ci fa capire quanto sia mistificante, miope e sciocca l'immagine che tanti storici, anche autorevolissimi, ci hanno tramandato del nolano, riemersa con livore anche nelle recentissime polemiche sui quotidiani in occasione dell'anniversario del rogo del filosofo. Bruno non era affatto l'uomo insopportabile che tanti storici hanno descritto: presuntuoso, ribelle, ostinato, perfino "squilibrato". A giudicare da contemporanei come Shakespeare, che sapeva giudicare gli uomini più degli storici accademici, Bruno era simpatico. Sì, proprio così: Bruno era un uomo spiritoso, allegro, anticonformista, che si poteva permettere di sfottere gli asini che lo circondavano perché non era asino come loro. Il fatto è che Bruno era uno spirito folletto, fantasioso e originale: un grande creatore di linguaggio, di motti di spirito, di caricature. In una parola un grande scrittore. Questa sua qualità viene spesso sacrificata rispetto alle sue doti di filosofo: ma si dimentica così che il nolano non era un pensatore sistematico, ma piuttosto un intuitivo, che rivestiva volentieri i ragionamenti di immagini esuberanti e allegorie rutilanti e che si esprimeva spontaneamente attraverso il teatro o in forma di dialogo e non in forma di monologo a base di sillogismi. Egli era un grande prosatore "manierista" che ha rotto con la forma chiusa del trattato del Cinquecento così come Michelangelo ha rotto con il classicismo del mondo di Raffaello. L'intuizione dell'infinità dei mondi e il riconoscimento dell'infinità di Dio, causa infinita di un universo infinito nasce, prima che sul terreno metafisico, su quello esistenziale, a partire da quella vertigine protobarocca che percorre tutta l'Italia dell'ultimo Cinquecento e in particolare la Napoli di Della Porta. "Il Nolano... ha disciolto l'animo umano e la cognizione ch'era rinchiusa nell'artissimo carcere de l'aria turbolento... ha varcato l'aria, penetrato il cielo, discorse le stelle trapassati i margini del mondo... ha illuminati i ciechi che non possean fissar gli occhi e mirar l'imagin sua in tanti specchi che da ogni lato gli s'opponeno". Questa autocelebrazione nella Cena delle Ceneri è significativa: come nelle Meniñas di Velázquez la Commedia Umana si riflette in specchi in cui a malapena distinguiamo la nostra immagine; e come il San Paolo del Caravaggio, l'uomo è accecato da una luce violenta che squarcia le tenebre di un carcere d'aria oscura che ci circonda. Bruno era in segreta sintonia coi tempi prima che sul piano filosofico sul piano antropologico. Da vero artista captava e anticipava umori e tendenze che di lì a poco si sarebbero manifestate con una profonda carica dirompente. E scriveva con uno stile inconsueto e provocatorio, che rifletteva una personalità troppo ricca per restare nel solco della tradizione. Per questo era affascinante e per questo era odiato: perché non si limitava a trasmettere una visione del mondo, ma anche una emozione del mondo. E questo mondo, pieno di bagliori e di tenebre, questo mondo insanguinato dalle guerre per la supremazia politica e religiosa d'Europa, non era il mondo adatto ad un figlio del Rinascimento. Non c'era più posto in Italia per chi possedeva un libro con annotazioni di Erasmo. Fu questa, non dimentichiamolo, l'accusa che lo trascinò sulla via dell'esilio. La condanna di Erasmo e degli erasmiani, è alla base di tutta la tragedia dell'età della Controriforma e significa il rifiuto dell'umanesimo, il rifiuto delle critiche di Valla al potere temporale dei papi, il rifiuto della critica filologica alle assurdità dell'agiografia medievale, il rifiuto del dibattito teologico aperto e delle disputationes pubbliche che erano state il nerbo delle università medievali. Prima di essere condannato dal tribunale dell'Inquisizione Giordano Bruno era condannato in partenza dal trionfalismo di una Chiesa intransigente che rifiutava di fare i conti con se stessa e non accettava aprioristicamente il confronto. Il nolano non divenne un fuoriuscito perché era un ribelle e un ostinato, ma fu costretto ad essere un ribelle e un ostinato perché era un fuoriuscito in patria negli anni stessi della sua formazione, visto che la sola lettura della Scrittura con l'aiuto delle note di Erasmo era reato e indizio di eresia. Davanti al rifiuto radicale della sua identità di scrittore e di pensatore, colui che deve pronunciare parole nuove per farci comprendere nuovi aspetti dell'esistenza, Bruno fu obbligato, evangelicamente, a scegliere la porta stretta della fuga, della polemica, dell'esilio. Divenne un maledetto del pensiero, a suo agio solo con esseri sbandati come lui o con qualche compagno di strada che apparteneva a minoranze colte, protetto per il suo alto lignaggio dalla violenza del potere. Siamo ricondotti così al punto di partenza: il rimpianto per la perdita di un uomo che avrebbe potuto avere il destino di Shakespeare o almeno il destino che Shakespeare gli assegna nella commedia Pene d'amor perdute. L'Italia della Controriforma ha perduto l'occasione storica di lasciare esprimere liberamente i geni nati, come direbbe Bruno, "sotto un cielo più benigno" delle cupe nebbie di Macbeth. La domanda che ci si pone, come storici e non come moralisti, è se abbia ancora senso credere a miti storiografici come quello della modernità e "razionalità" della Chiesa postridentina o quello della "mitezza" dell'Inquisizione italiana. C'è un vecchio film di Ronald Neame, Whisky e gloria, in cui uno straordiario Alec Guiness si mette alla testa di un reparto di ufficiali scozzesi per distruggere moralmente il comandante, un uomo aperto e intelligente, ma fragile, troppo fragile. Alla fine l'uomo si suicida e solo allora Guinness scopre l'orrore: lo scherno sistematico, il disprezzo, il rifiuto, l'ostilità hanno ucciso non solo un uomo buono, ma la speranza stessa di una vita migliore. E Guinness, in preda al delirio, chiede per il suo comandante un funerale solenne, l'onore pubblico, l'apoteosi impossibile, ma poi si accascia in preda ai singhiozzi e dice: "Io sono distrutto". Quante volte ho sognato che i miei contemporanei, siano essi i professionisti del perdono o gli uomini di mondo che dicono che non c'è niente da perdonare, avessero il coraggio di mettersi a piangere e confessare al mondo o forse solo a se stessi che la morte di un uomo che regalava allegria li fa sentire distrutti.
    [Fabio Troncarelli]




    LE FORTEZZE DELL'INTOLLERANZA

    Si parla molto di Giordano Bruno in questi giorni. Ma per lo più a parlare sono specialisti, storici, filosofi e teologi. La gente comune, l'abitante del crocicchio, della strada e della piazza che se ne fa del linguaggio specialistico? Può appagare la curiosità di un giorno ma può soddisfare il bisogno, sempre più acutamente avvertito, di alimentare a una memoria storica non mummificata il senso della vita e anche dell'impegno culturale, sociale e politico? Ha legittimità e dignità e utilità, per la vita e per il cammino di autenticità degli uomini e delle donne di oggi, penetrare nella memoria delle straordinarie idee ed esperienze di un uomo che si trova al centro della fase generativa della modernità? La mia ricerca su Bruno ("Giordano Bruno: attualità di un'eresia", manifestolibri, ndr) è scaturita da tali interrogativi. L'eresia ancora una volta mi è apparsa non solo come specchio negativo dell'intolleranza ma come grande patrimonio di esperienze e idee da attualizzare e utilizzare criticamente oggi. L'interesse verso Bruno dunque non come vittimismo ma riscatto e riappropriazione, non solo di idee astratte ma di esperienze di vita. Non è completamente vero che Bruno fosse un uomo privo di impegno pratico, tutto preso dalle sue idee e dalle controversie filosofiche. Si può anzi desumere dalla documentazione del processo che la condanna e il rogo siano stati proprio una conseguenza del suo legame con i moderati di tutte le parti, quasi un monito, una minaccia, un ricatto verso ogni tentativo di riconciliazione che portasse le posizioni contrapposte a intrecciarsi e andare oltre i rispettivi dogmatismi. La pace religiosa ci sarà, ma avrà l'aspetto di una tregua armata fra due fortezze barricate dentro spesse mura di intransigenza e intolleranza assoluta. Ogni fortezza sacrificherà i suoi eretici. E' così che Dio muore, ucciso in qualche modo dai cristiani di tutte le confessioni, bruciato sui roghi di eretici che volevano dargli invece un futuro nuovo, un futuro di immedesimazione con una umanità riconciliata e aperta all'amore universale. Nasce da qui, da questa pace armata, l'ateismo moderno, sia ideologico che pratico. L'ateismo è figlio spurio, ma non per questo meno vero, dei roghi. Le Chiese cristiane di oggi, o meglio i loro poteri o autorità, non sono credibili né efficaci combattendo l'ateismo senza rinunciare all'assolutismo, alla ricchezza, al potere, all'intolleranza dei dogmi e delle immagini assolutizzate di Dio, all'esclusione dei "diversi", alle scomuniche; senza uscire dalla fortezza armata d'infallibilità, senza relativizzarsi e senza porsi alla pari sulla strada della ricerca disarmata insieme a tutti gli uomini e le donne in cammino, senza fare i conti con la finitezza propria e quindi senza rinunciare alla propria sacralità e alla pretesa di durare per volontà di Dio, fino alla fine dei tempi. Inoltre, uccidendo Bruno, perseguitando fino alla pazzia Campanella, processando Galileo e massacrando le streghe, l'Inquisizione si è alleata ogettivamente con un settore solo dell'umanesimo, quello più radicalmente razionalista e antropocentrico. E non solo l'Inquisizione cattolica ha acceso i roghi nel cinque-seicento. La Riforma protestante e il potere nascente della scienza proteso a diventare il nuovo centro del dominio hanno partecipato in forme diverse all'incendio. Il rapporto con la natura annullato dai roghi non è stato più recuperato. L'unità Dio-uomo-natura è stata incenerita dai roghi. Si è giunti così all'attuale dominio aggressivo dell'individuo verso il resto del mondo, in una guerra di tutti contro tutti regolata e paradossalmente moderata dal ricatto atomico. Dopo quattrocento anni, perplessi se non angosciati di fronte al dominio spesso violento di una tecnica senza'anima fondata drasticamente sul principio aristotelico di identità e non-contraddizione, quello contro cui Bruno ha tenacemente lottato, perché da lì secondo lui scaturiva il sangue versato nelle guerre di religione, guerre fra poteri sicuri di possedere il monopolio della verità, di fronte a chiese e religioni che predicano l'amore e denunciano l'ingiustizia ma in modo moralistico, senza mettere in causa la propria identità e la verità esclusiva e assoluta del proprio dio e dei propri dogmi, noi siamo ancora qui a interrogarci e a rovellarci su come fermare il fiume del sangue. Ha forse qualcosa da dirci l'esperienza demitizzata di Bruno.
    [Enzo Mazzi]




    RISPARMIARGLI IL CORPO PER RAPIRGLI L'ANIMA

    Riabilitiamo Bruno. La Chiesa si sta affrettando nel tentativo di riammettere nel suo alveo il nolano. Ma nessuno si è chiesto finora se Giordano Bruno avesse mai desiderato essere ricondotto nel pensiero secolare cattolico. Ebbene la mia risposta è No. Sì, avete letto bene, ho detto "mia". Mi sono permesso di fare una simile affermazione perché ho conosciuto Giordano Bruno in altri venti anni di frequentazione e di dialoghi con lui. Non studio. Ma partecipazione, riflessione ed intuizione. In questi giorni ho letto cose incredibili. Il cardinale francese Poupard ha detto che il pensiero del filosofo è anticristiano. Ebbene sono totalmente in disaccordo. Bruno è anticuriale, antisecolare, ma è perfettamente in sintonia con il cristianesimo gnostico e cataro. Quindi è divergente in tutto e per tutto con il potere che si maschera da cristianesimo e non con le origini di questa concezione. Inoltre ho dovuto sorbirmi dotte disquizioni sulla "caparbietà" di Bruno nel rifiutare l'abiura mentre gli inquisitori tentarono in ogni modo (sic !) di salvargli la vita. Certo volevano risparmiargli il corpo per rapirgli l'anima. Invece lui ha resistito ed è rimasto fedele ai suoi "invisibili", a tutti coloro i quali prima di lui erano stati offesi, perseguitati e torturati per aver affermato l'anima mundi e la vita-anima in ogni parte dell'universo. No, Giordano Bruno non poteva abiurare. Ma se ora qualcuno si è accorto degli orrori-errori della propria posizione e ha capito di non poter condividere nulla dell'inquisizione, allora faccia lui l'abiura e si rimetta in armonia con il cosmo panico e con la Grande Madre. Sarà perdonato. Ma non faccia l'ipocrita e non cerchi di dare assoluzioni ad altri mentre non è in grado di darla neppure a se stesso. Non faccia professione di tolleranza a casa di chi è davvero tollerante, appunto da 2000 anni.
    [Gabriele La Porta]




    IL ROGO DELLE IDEE

    L'affannoso spostarsi da una città all'altra e i conflitti, non sempre sanati, con gli esponenti della cultura accademica con cui s'incontrava, la sua ricerca costante di una chiesa con cui identificarsi senza però rinunciare alle sue convinzioni filosofiche, la stessa nostalgia per la vita religiosa che periodicamente riaffiorava, rivelano in Bruno non solo un temperamento vivace e insofferente, ma anche un animo inquieto desideroso di dimostrare la conciliabilità tra il suo naturalismo e la visione cristiana del mondo, tra la sua filosofia e la teologia. Questa profonda convinzione sopravvisse alle successive scomuniche cattolica, calvinista e luterana, non lo trattenne dal rientrare in Italia e lo sostenne durante il processo a Venezia e nella prima fase di quello a Roma. Ne deriva un atteggiamento che lasciava intendere ai giudici che volesse ravvedersi e ritrattare. Quando, con il progredire del processo romano di cui si conoscono le fasi per un riassunto trovato presso l'archivio di Pio IX, Bruno si convinse dell'assoluta inconciliabilità tra la sua filosofia e la teologia tridentina, assunse finalmente un atteggiamento sprezzante e provocatorio nei confronti dei giudici contro i quali lanciò il tremendo monito: "Avete più paura voi nell'irrogarmi questa sentenza che io nel riceverla". Per questo suo atteggiamento di sfida fu condotto al patibolo con la mordacchia, l'apparecchio che impediva al condannato di aprire bocca per parlare. Si temeva che Bruno potesse arringare la folla e denunciare il tribunale che lo aveva condannato e con esso delegittimare il potere papale di cui era espressione. Tenne duro fino alla fine perchè sapeva, a differenza di Galilei che invece ritrattò, che poteva dar valore alle sue idee solo a prezzo della testimonianza suprema della sua fede nel loro valore perchè nessuna conferma sperimentale delle sue affermazioni avrebbe avuto ragione dei suoi giudici. Non era solo un ribelle, sentiva di aver qualcosa di insostituibile da dire. Per questo le fiamme del suo rogo non si sono estinte in quel lontano febbraio del 1600. Hanno continuato ad illuminare ogni luogo in cui la libertà di pensiero e di ricerca è stata conculcata. Col tempo e con il progressivo affermarsi dei principi della tolleranza e della libertà di coscienza e di religione, il rogo di Campo de'Fiori è diventato un atto d'accusa contro la pretesa delle gerarchie cattoliche di diffondere il messaggio evangelico reprimendo con la forza ogni sua interpretazione non coincidente con quella da esse considerata ortodossa. Il tribunale dell'Inquisizione è diventato, nei secoli successivi a quel rogo, il simbolo infame di questo autoritarismo. Si cerca inutilmente di smentire questo giudizio smorzando i toni delle contrapposizioni polemiche tra critici e apologisti o restituendo l'inquisizione ai contesti in cui ha operato. Nulla e nessuno può cancellare il valore simbolico dei processi e di roghi di cui è stata responsabile. In questi tempi, in cui intolleranza e negazione della libertà sembrano riaffacciarsi all'orizzonte della nostra società, il valore della testimonianza di Giordano Bruno ritrova tutto intero il suo valore simbolico e diventa monito contro ogni tentativo di cancellare la memoria per poter assicurare continuità e credibilità ad un modo antievangelico di gestire l'istituzione ecclesiastica cattolica.
    [Marcello Vigli]




    UN CAMPIONE DEL LIBERO PENSIERO?

    A quattro secoli di distanza dal rogo che in Campo de' Fiori a Roma pose fine alla vita di Giordano Bruno, è legittimo formulare una domanda: fu veramente il Bruno l'eroe del libero pensiero, ingiustamente "abbruciato" da una autorità retriva e oppressiva? Che valore ha questo mito storiografico che ha segnato la formazione dell'identità italiana dell'Ottocento in cerca di emblemi di libertà? Anche a non voler condividere il giudizio negativo, anch'esso di vecchia data, dello storico Zabreghin che "nessuno al mondo fu meno libero pensatore di quest'uomo", una revisione demitizzante oggi si impone. La critica storica ci ha insegnato a non ridurre a moduli elementari situazioni e comportamenti complessi e a sfatare le favole belle degli eroi. Nel triennio 1998-2000, oltre le letture e i seminari bruniani in diverse città d'Italia, hanno avuto luogo o sono in via di attuazione a Londra, Chicago, Tokyo, Barcellona convegni di studio su Giordano Bruno e a Pechino recentemente (settembre 1999) è stata presentata la traduzione cinese del Candelaio, quella commedia bruniana che il nostro Carducci stimmatizzò come "volgarmente sconcia e noiosa". Ben vengano manifestazioni e studi filosofici e letterari su un personaggio estroso e geniale che merita una rivisitazione storica. Ma è opportuno anche non confondere i reali meriti del letterato e del pensatore con la mitizzazione che ne è stata fatta e la venerazione che oggi gli adepti del New Age gli riservano quale loro antico precursore e maestro. A coloro che vorrebbero comunque ancora oggi definirlo un eroe, si potrebbe provocatoriamente suggerire di applicarvi almeno un aggettivo: un eroe fallito. I suoi propositi furono certo grandiosi, come è proprio di certi ingegni particolarmente dotati, ma rimasero nell'ambiguità e nell'equivoco tipici delle menti distratte da molteplici interessi. Giramondo e opportunista; a Ginevra divenne calvinista, a Wittenberg ammiratore di Lutero, salvo poi affermare che la Riforma protestante ha esasperato le componenti "asinine" del giudeo-cristianesimo, ha lacerato l'unità spirituale europea, ha suscitato conflitti, ha provocato decadenza nella cultura, ha dissolto i valori di patria e di solidarietà, ha rovinato il costume pubblico e privato, ha introdotto "pazzi riti". Frequentava il mondo dei re e dei gentiluomini: al seguito del principe polacco Alberto Laski nel suo primo viaggio a Oxford, protetto (e poi perseguitato) da Enrico III (cui dedicò nel 1582 il suo De umbris idearum) a Parigi, ospite dell'ambasciatore francese Michel Castelnau de Mauvissière (cui dedicò la Cena delle ceneri), a Londra, dove esaltò Elisabetta d'Inghilterra quale "dea sulla terra", accolto in Germania dal granduca di Brunswick. Auspicò la vittoria dei sovrani illuminati e assoluti, Enrico ed Elisabetta, minacciati dal fanatismo religioso: l'assolutismo monarchico, superiore a divisioni confessionali e settarismi nonché ai valori mercantili e plebei e alle fortune ereditarie di stampo feudale, era, a suo giudizio, il solo in grado di sconfiggere, politicamente e militarmente, gli "asini del mondo" e ridurre al silenzio sia la "poltronesca setta dei pedanti" aristotelici che disprezzavano la nuova filosofia copernicana sia i protestanti che disprezzavano le buone opere, pur vivendo di rendita su quelle dei loro predecessori. Aveva una concezione aristocratica della cultura per cui la verità non va comunicata a qualsiasi persona. Fu corifeo della cultura alto-borghese: per questa nuova società dominante, aristocratico-monarchica, cercava di fondare una cultura diversa opposta all'antica e una nuova interpretazione della storia, ma non si avvide che la nuova classe al potere chiedeva una scienza ben diversa da quella magica ed ermetica da lui professata, da porre al proprio servizio. Esaltò Copernico e da lui prese le mosse, ma elaborò una visione fantastica del mondo, fondata su una matematica simbolica di matrice neoplatonica ed animistica. Per lui Copernico era, come leggiamo nella Cena delle ceneri, un "semplice matematico" che non aveva colto il vero significato della propria scoperta, la quale non faceva altro che confermare la filosofia "egiziana" dell'animazione universale. Elaborò, ispirandosi a Raimondo Lullo, l'arte mnemonica, ma gli sfuggì che considerandola una sintesi del pensiero, essa non può ridursi a un aggregato meccanico artificioso. L'educazione della memoria era comunque intesa come una tecnica per conquistare la personalità di mago. Formulò un principio, che se fosse stato ben valutato avrebbe tagliato sul nascere le gambe alle elucubrazioni del razionalismo di stampo cartesiano, secondo cui "altro è giocare con la geometria, altro è verificare con la natura", ma il suo nominalismo, che lo portava a fare di ogni determinazione della realtà un'essenza, gli impedì una ricerca realistica del mondo. Proclamò il rifiuto elitario della ragione ad accettare il mistero religioso, ma poi cadde in braccio alla magia. Polemizzò col cristianesimo respingendolo come "bella fabella", una favola cioè utile "per li rozzi popoli che devono essere governati", e ironizzò su Cristo, la sua natura divina, i suoi miracoli, ma ritenne la dottrina cristiana migliore delle altre "finché storia non provveda diversamente". Si era proposto infatti di essere il riformatore della religione, ma appare ben consapevole che la sua riforma è un'utopia: solo dopo la lunga eclissi dei tempi biblico-cristiani, la verità, egli afferma, tornerà a dominare sulla terra, ma per ora è esclusivamente celeste, astratta, filosofica. E tale verità proposta dal Bruno, a ben guardare, era una traduzione mistico-filosofica pagana di dogmi cristiani. Anche il testo sacro viene piegato dal nolano ai propri fini con una sottile riscrittura di passi ampiamente discussi nella esegesi tradizionale. Con uno sguardo ironico alla nuova cultura biblica della Riforma protestante. Si propose di costruire un'etica normativa che, in quanto tale, non può che essere un'etica della continenza, ma contemporaneamente diede luogo a un'etica della legittimità degli istinti naturali. Ammirò perciò l'Aretino che andava sciorinando tutti i risvolti dell'istinto sessuale irridendo al sublime o alla sublimazione dell'amore per immergersi nella comicità dell'esperienza istintuale. E per il Bruno la poesia d'amore non è che la decorazione del brutale istinto della procreazione: basta leggere la grandiosa invettiva,proprio all'inizio dell'Argomento del Nolano, preposto agli Eroici furori, dove il lessico amoroso discende progressivamente al quotidiano e al volgare, per capire come per lui l'amore umano si riduca all'istinto. Il quale, come già evidente nella conclusione della sua prima opera, Il Candelaio, ben s'inserisce nel caos dei comportamenti umani. Ciò che voleva dire non riuscì a dirlo nel suo linguaggio barocco: la proliferazione di immagini e di tutti gli strumenti retorici e letterari, di tutte le forme della parodia, del comico, dell'ironia blasfema hanno funzione irrisoria ma non costruttiva di valori. Quell'ingente impiego di forme letterarie per esprimere nel trionfo della letteratura quasi un'allegoria delle sue conquiste filosofiche appesantisce e non sempre chiarisce il significato della sua scrittura, mutandosi a volte in un gioco logorroico. Del resto il Bruno stesso, nell'Argomento del Nolano, ha affermato la fondamentale arbitrarietà di ogni discorso allegorico e la necessità che sia l'autore stesso a darne l'interpretazione. Anche se quel suo linguaggio, trasgressivo e audace quanto la sua filosofia, conserva un suo innegabile fascino, come tutto ciò che in maniera letterariamente irregolare, tra il blasfemo e l'osceno, tende alla parodia delle istituzioni. Lo stesso suo ideale di eroe, quello degli eroici furori - anima tormentata che non gode del presente ma del futuro e dell'assente, pervaso da un impeto intellettuale verso il bello e il buono, che tende infinitamente verso l'infinito, e, così invasato, appare inadatto alle cose di questo mondo -, non incarna il momento più importante delle sue vicende che fu senza dubbio politico, cioè di ricerca di una nuova scienza e di una nuova cultura che fossero espressione della nuova classe dirigente, ma per le quali egli non aveva ancora gli strumenti adeguati. In sostanza il Bruno non è quello venerato da una certa cultura laica antiecclesiale dell'Ottocento: è singolare tra l'altro che ad inneggiare all'erezione del monumento a Bruno in Roma nel 1889, insieme a frammassoni e così detti liberi pensatori, ci fossero molti ebrei, ignari di quanta polemica antigiudaica confluisca negli scritti del nolano dall'umanesimo italiano del Quattrocento attraverso Erasmo suo "maestro". Fu uomo del suo tempo, che non si prefisse tanto di affermare il diritto dell'uomo a credere ciò che pensa e ad abbattere l'autorità ottusa che lo impedisce, quanto piuttosto di proporre una sua visione del mondo, in parte magica ed ermetica, in parte coacervo di influssi diversi non ben amalgamati in una costruzione barocca, con la pretesa che essa potesse proporsi anche come la religione del futuro. Fu cioè un sincretista di vastissime letture e cercò di inserire e far convivere, nell'alveo della sua visione ermetica, Platone e gli scolastici, i manuali di magia e i dogmi cristiani. A quattro secoli dalla sua morte demitizzare la sua figura e riumanizzarla nelle sue intemperanze e intuizioni, errori e grandezza, debolezze e slanci, ci dà la possibilità di rileggere alcune delle sue opere con spirito sgombro da pregiudizi e di goderle per ciò che le rende ancora fruibili. C'è una pluralità di registri nel pensiero del nolano che alimenta oggi gli studi bruniani più seri e che merita di essere messa in luce, abbandonando la "Bruno-mania" di stampo ottocentesco, fatta di superficialità e di retorica. Sul rogo acceso a Campo de' Fiori, sui tormenti, che giudichiamo oggi scarsamente cristiani, inflitti al Bruno nei sette anni della prigionia romana, sul lungo processo che lo vide impenitente e in aperto atteggiamento di sfida, credo che ormai sia sufficiente una veloce puntualizzazione. Il processo fu condotto in stretta legalità, senza acredine, ma nei modi rispondenti agli usi dei tempi. Il Bruno da parte sua fu, pur tra arrendevolezze e rifiuti, dogmatico e intransigente quanto i suoi accusatori, estroso e a volte sprezzante, litigioso e volgare. Usatissima poi era ai suoi tempi la pena di morte (anche per piccoli furti), esecratissima era ritenuta l'eresia, non solo dal punto di vista religioso ma anche sociale e giuridico. I temi del contendere furono teologici, quali la Trinità, l'Incarnazione, la vita ultraterrena, salvo qualche teoria pseudoteologica (il moto terrestre): ciò rendeva la Chiesa abilitata a giudicare l'apostata. E che di eresia e apostasia si trattasse appare evidente non soltanto seguendo gli atti del processo, le censure degli inquisitori e le risposte ambigue del Bruno, ma anche leggendo le sue opere: negata l'immortalità individuale dell'anima umana, ridotta la "fides" a "credulitas", dissolto il dogma trinitario, negata la divinità di Cristo, la verginità di Maria, il sacramento dell'Eucaristia. Non si trattava di colpire la scienza, ma di perseguire eterodossie formali e gravi infrazioni disciplinari. Non fu un confronto tra il mondo dell'autorità intollerante e quello della libertà conculcata - che porterebbe a una concezione astratta delle vicende umane -, ma, anche a volerlo giudicare con spirito laico, solo un episodio doloroso di quel conflitto di idee che, con diverse modalità, si ripete inesauribile nella storia dell'uomo e continua a fare le sue vittime. Ma la Chiesa cattolica non dovrebbe sentire di avere comunque un debito nei riguardi del Bruno? Se con questa domanda si intende sollecitare, a quattro secoli di distanza, un mea culpa che sottintenda una riabilitazione del pensatore nolano, ciò non sembra possibile. La filosofia del Bruno, come sarà quella di Spinoza e di Hegel, ma con in più qualche puntata sarcastica e sprezzante, non è conciliabile col pensiero cristiano. Auspicabile invece è la comprensione del caso umano e l'affermazione di una coscienza nuova nei rapporti tra gli uomini. Le posizioni odierne della Chiesa, che la vedono in prima linea nella difesa dei diritti dell'uomo, sono molto lontane da quelle tenute in passato. Questa nuova coscienza deve tradursi non tanto in rammarico, pur doveroso, per il numero di eretici dovunque processati in altri secoli e con altre mentalità, quanto nell'impegno a ribadire oggi che inquisizioni e condanne offendono la dignità dell'uomo, non sono in armonia col Vangelo e non favoriscono l'avvento del Regno di Dio.
    [Dario Rezza]




    COMMENTO CRITICO AL GIORDANO BRUNO DI MONTALDO

    A quattro secoli di distanza dal rogo che in Campo de' Fiori a Roma pose fine alla vita di Giordano Bruno, è legittimo formulare una domanda: fu veramente il Bruno l'eroe del libero pensiero, ingiustamente "abbruciato" da una autorità retriva e oppressiva? Che valore ha questo mito storiografico che ha segnato la formazione dell'identità italiana dell'Ottocento in cerca di emblemi di libertà? Anche a non voler condividere il giudizio negativo, anch'esso di vecchia data, dello storico Zabreghin che "nessuno al mondo fu meno libero pensatore di quest'uomo", una revisione demitizzante oggi si impone. La critica storica ci ha insegnato a non ridurre a moduli elementari situazioni e comportamenti complessi e a sfatare le favole belle degli eroi. Nel triennio 1998-2000, oltre le letture e i seminari bruniani in diverse città d'Italia, hanno avuto luogo o sono in via di attuazione a Londra, Chicago, Tokyo, Barcellona convegni di studio su Giordano Bruno e a Pechino recentemente (settembre 1999) è stata presentata la traduzione cinese del Candelaio, quella commedia bruniana che il nostro Carducci stimmatizzò come "volgarmente sconcia e noiosa". Ben vengano manifestazioni e studi filosofici e letterari su un personaggio estroso e geniale che merita una rivisitazione storica. Ma è opportuno anche non confondere i reali meriti del letterato e del pensatore con la mitizzazione che ne è stata fatta e la venerazione che oggi gli adepti del New Age gli riservano quale loro antico precursore e maestro. A coloro che vorrebbero comunque ancora oggi definirlo un eroe, si potrebbe provocatoriamente suggerire di applicarvi almeno un aggettivo: un eroe fallito. I suoi propositi furono certo grandiosi, come è proprio di certi ingegni particolarmente dotati, ma rimasero nell'ambiguità e nell'equivoco tipici delle menti distratte da molteplici interessi. Giramondo e opportunista; a Ginevra divenne calvinista, a Wittenberg ammiratore di Lutero, salvo poi affermare che la Riforma protestante ha esasperato le componenti "asinine" del giudeo-cristianesimo, ha lacerato l'unità spirituale europea, ha suscitato conflitti, ha provocato decadenza nella cultura, ha dissolto i valori di patria e di solidarietà, ha rovinato il costume pubblico e privato, ha introdotto "pazzi riti". Frequentava il mondo dei re e dei gentiluomini: al seguito del principe polacco Alberto Laski nel suo primo viaggio a Oxford, protetto (e poi perseguitato) da Enrico III (cui dedicò nel 1582 il suo De umbris idearum) a Parigi, ospite dell'ambasciatore francese Michel Castelnau de Mauvissière (cui dedicò la Cena delle ceneri), a Londra, dove esaltò Elisabetta d'Inghilterra quale "dea sulla terra", accolto in Germania dal granduca di Brunswick. Auspicò la vittoria dei sovrani illuminati e assoluti, Enrico ed Elisabetta, minacciati dal fanatismo religioso: l'assolutismo monarchico, superiore a divisioni confessionali e settarismi nonché ai valori mercantili e plebei e alle fortune ereditarie di stampo feudale, era, a suo giudizio, il solo in grado di sconfiggere, politicamente e militarmente, gli "asini del mondo" e ridurre al silenzio sia la "poltronesca setta dei pedanti" aristotelici che disprezzavano la nuova filosofia copernicana sia i protestanti che disprezzavano le buone opere, pur vivendo di rendita su quelle dei loro predecessori. Aveva una concezione aristocratica della cultura per cui la verità non va comunicata a qualsiasi persona. Fu corifeo della cultura alto-borghese: per questa nuova società dominante, aristocratico-monarchica, cercava di fondare una cultura diversa opposta all'antica e una nuova interpretazione della storia, ma non si avvide che la nuova classe al potere chiedeva una scienza ben diversa da quella magica ed ermetica da lui professata, da porre al proprio servizio. Esaltò Copernico e da lui prese le mosse, ma elaborò una visione fantastica del mondo, fondata su una matematica simbolica di matrice neoplatonica ed animistica. Per lui Copernico era, come leggiamo nella Cena delle ceneri, un "semplice matematico" che non aveva colto il vero significato della propria scoperta, la quale non faceva altro che confermare la filosofia "egiziana" dell'animazione universale. Elaborò, ispirandosi a Raimondo Lullo, l'arte mnemonica, ma gli sfuggì che considerandola una sintesi del pensiero, essa non può ridursi a un aggregato meccanico artificioso. L'educazione della memoria era comunque intesa come una tecnica per conquistare la personalità di mago. Formulò un principio, che se fosse stato ben valutato avrebbe tagliato sul nascere le gambe alle elucubrazioni del razionalismo di stampo cartesiano, secondo cui "altro è giocare con la geometria, altro è verificare con la natura", ma il suo nominalismo, che lo portava a fare di ogni determinazione della realtà un'essenza, gli impedì una ricerca realistica del mondo. Proclamò il rifiuto elitario della ragione ad accettare il mistero religioso, ma poi cadde in braccio alla magia. Polemizzò col cristianesimo respingendolo come "bella fabella", una favola cioè utile "per li rozzi popoli che devono essere governati", e ironizzò su Cristo, la sua natura divina, i suoi miracoli, ma ritenne la dottrina cristiana migliore delle altre "finché storia non provveda diversamente". Si era proposto infatti di essere il riformatore della religione, ma appare ben consapevole che la sua riforma è un'utopia: solo dopo la lunga eclissi dei tempi biblico-cristiani, la verità, egli afferma, tornerà a dominare sulla terra, ma per ora è esclusivamente celeste, astratta, filosofica. E tale verità proposta dal Bruno, a ben guardare, era una traduzione mistico-filosofica pagana di dogmi cristiani. Anche il testo sacro viene piegato dal nolano ai propri fini con una sottile riscrittura di passi ampiamente discussi nella esegesi tradizionale. Con uno sguardo ironico alla nuova cultura biblica della Riforma protestante. Si propose di costruire un'etica normativa che, in quanto tale, non può che essere un'etica della continenza, ma contemporaneamente diede luogo a un'etica della legittimità degli istinti naturali. Ammirò perciò l'Aretino che andava sciorinando tutti i risvolti dell'istinto sessuale irridendo al sublime o alla sublimazione dell'amore per immergersi nella comicità dell'esperienza istintuale. E per il Bruno la poesia d'amore non è che la decorazione del brutale istinto della procreazione: basta leggere la grandiosa invettiva,proprio all'inizio dell'Argomento del Nolano, preposto agli Eroici furori, dove il lessico amoroso discende progressivamente al quotidiano e al volgare, per capire come per lui l'amore umano si riduca all'istinto. Il quale, come già evidente nella conclusione della sua prima opera, Il Candelaio, ben s'inserisce nel caos dei comportamenti umani. Ciò che voleva dire non riuscì a dirlo nel suo linguaggio barocco: la proliferazione di immagini e di tutti gli strumenti retorici e letterari, di tutte le forme della parodia, del comico, dell'ironia blasfema hanno funzione irrisoria ma non costruttiva di valori. Quell'ingente impiego di forme letterarie per esprimere nel trionfo della letteratura quasi un'allegoria delle sue conquiste filosofiche appesantisce e non sempre chiarisce il significato della sua scrittura, mutandosi a volte in un gioco logorroico. Del resto il Bruno stesso, nell'Argomento del Nolano, ha affermato la fondamentale arbitrarietà di ogni discorso allegorico e la necessità che sia l'autore stesso a darne l'interpretazione. Anche se quel suo linguaggio, trasgressivo e audace quanto la sua filosofia, conserva un suo innegabile fascino, come tutto ciò che in maniera letterariamente irregolare, tra il blasfemo e l'osceno, tende alla parodia delle istituzioni. Lo stesso suo ideale di eroe, quello degli eroici furori - anima tormentata che non gode del presente ma del futuro e dell'assente, pervaso da un impeto intellettuale verso il bello e il buono, che tende infinitamente verso l'infinito, e, così invasato, appare inadatto alle cose di questo mondo -, non incarna il momento più importante delle sue vicende che fu senza dubbio politico, cioè di ricerca di una nuova scienza e di una nuova cultura che fossero espressione della nuova classe dirigente, ma per le quali egli non aveva ancora gli strumenti adeguati. In sostanza il Bruno non è quello venerato da una certa cultura laica antiecclesiale dell'Ottocento: è singolare tra l'altro che ad inneggiare all'erezione del monumento a Bruno in Roma nel 1889, insieme a frammassoni e così detti liberi pensatori, ci fossero molti ebrei, ignari di quanta polemica antigiudaica confluisca negli scritti del nolano dall'umanesimo italiano del Quattrocento attraverso Erasmo suo "maestro". Fu uomo del suo tempo, che non si prefisse tanto di affermare il diritto dell'uomo a credere ciò che pensa e ad abbattere l'autorità ottusa che lo impedisce, quanto piuttosto di proporre una sua visione del mondo, in parte magica ed ermetica, in parte coacervo di influssi diversi non ben amalgamati in una costruzione barocca, con la pretesa che essa potesse proporsi anche come la religione del futuro. Fu cioè un sincretista di vastissime letture e cercò di inserire e far convivere, nell'alveo della sua visione ermetica, Platone e gli scolastici, i manuali di magia e i dogmi cristiani. A quattro secoli dalla sua morte demitizzare la sua figura e riumanizzarla nelle sue intemperanze e intuizioni, errori e grandezza, debolezze e slanci, ci dà la possibilità di rileggere alcune delle sue opere con spirito sgombro da pregiudizi e di goderle per ciò che le rende ancora fruibili. C'è una pluralità di registri nel pensiero del nolano che alimenta oggi gli studi bruniani più seri e che merita di essere messa in luce, abbandonando la "Bruno-mania" di stampo ottocentesco, fatta di superficialità e di retorica. Sul rogo acceso a Campo de' Fiori, sui tormenti, che giudichiamo oggi scarsamente cristiani, inflitti al Bruno nei sette anni della prigionia romana, sul lungo processo che lo vide impenitente e in aperto atteggiamento di sfida, credo che ormai sia sufficiente una veloce puntualizzazione. Il processo fu condotto in stretta legalità, senza acredine, ma nei modi rispondenti agli usi dei tempi. Il Bruno da parte sua fu, pur tra arrendevolezze e rifiuti, dogmatico e intransigente quanto i suoi accusatori, estroso e a volte sprezzante, litigioso e volgare. Usatissima poi era ai suoi tempi la pena di morte (anche per piccoli furti), esecratissima era ritenuta l'eresia, non solo dal punto di vista religioso ma anche sociale e giuridico. I temi del contendere furono teologici, quali la Trinità, l'Incarnazione, la vita ultraterrena, salvo qualche teoria pseudoteologica (il moto terrestre): ciò rendeva la Chiesa abilitata a giudicare l'apostata. E che di eresia e apostasia si trattasse appare evidente non soltanto seguendo gli atti del processo, le censure degli inquisitori e le risposte ambigue del Bruno, ma anche leggendo le sue opere: negata l'immortalità individuale dell'anima umana, ridotta la "fides" a "credulitas", dissolto il dogma trinitario, negata la divinità di Cristo, la verginità di Maria, il sacramento dell'Eucaristia. Non si trattava di colpire la scienza, ma di perseguire eterodossie formali e gravi infrazioni disciplinari. Non fu un confronto tra il mondo dell'autorità intollerante e quello della libertà conculcata - che porterebbe a una concezione astratta delle vicende umane -, ma, anche a volerlo giudicare con spirito laico, solo un episodio doloroso di quel conflitto di idee che, con diverse modalità, si ripete inesauribile nella storia dell'uomo e continua a fare le sue vittime. Ma la Chiesa cattolica non dovrebbe sentire di avere comunque un debito nei riguardi del Bruno? Se con questa domanda si intende sollecitare, a quattro secoli di distanza, un mea culpa che sottintenda una riabilitazione del pensatore nolano, ciò non sembra possibile. La filosofia del Bruno, come sarà quella di Spinoza e di Hegel, ma con in più qualche puntata sarcastica e sprezzante, non è conciliabile col pensiero cristiano. Auspicabile invece è la comprensione del caso umano e l'affermazione di una coscienza nuova nei rapporti tra gli uomini. Le posizioni odierne della Chiesa, che la vedono in prima linea nella difesa dei diritti dell'uomo, sono molto lontane da quelle tenute in passato. Questa nuova coscienza deve tradursi non tanto in rammarico, pur doveroso, per il numero di eretici dovunque processati in altri secoli e con altre mentalità, quanto nell'impegno a ribadire oggi che inquisizioni e condanne offendono la dignità dell'uomo, non sono in armonia col Vangelo e non favoriscono l'avvento del Regno di Dio.
    [Lino Miccichè]




    MEA CULPA SENZA RIABILITAZIONE

    Dunque per Giordano Bruno "mea culpa", ma senza riabilitazione: questo, in sintesi, il contenuto del messaggio recante la firma del Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, letto in apertura dei lavori del convegno sul filosofo nolano, in corso a Napoli, nel quarto centenario della sua morte sul rogo, e promosso dalla sezione "San Tommaso" della Facoltà Teologica Meridionale. Il documento ribadisce posizioni note: il riconoscimento, per esempio, su alcuni punti decisivi, della incompatibilità del pensiero di Bruno con la dottrina cristiana; rinnova il rammarico profondo della Chiesa per alcuni aspetti delle procedure con cui si svolge l'inquisizione ed in particolare per il suo esito violento; aggiunge altresì che intorno alla teologia del frate domenicano "spetta ad un'indagine ulteriormente approfondita valutare l'effettiva portata della sua divaricazione dalla fede". "Il convegno napoletano nasce proprio dal desiderio di fare chiarezza storico-teologica sull'opera di Bruno, al di là dei miti e delle passioni e fazioni - ha detto Pasquale Giustiniani, membro della commissione scientifica - scendendo in profondità nei luoghi del suo pensiero e compiendo altresì un sereno esercizio di rilettura della stessa verità dell'uomo, alla luce degli eventi che condussero al tragico epilogo". Un convegno, in sostanza, alimentato da quello spirito di "purificazione della memoria", indicato dal Pontefice, che è "un riguardarsi con serena obiettività - ha detto nel suo intervento Georges Cottier, teologo della casa pontificia e autore di un saggio appena edito dalla San Paolo intitolato appunto "Memoria e pentimento" - tenendo presente che la memoria stessa deve essere considerata a partire dal mistero della Chiesa santa, che pure comprende nel suo seno dei membri peccatori". D'altra parte "la ragione ultima dell'invito del Papa va riconosciuta nella sua incondizionata fiducia nella forza della Verità - ha ribadito un altro teologo, Bruno Forte - che sola rende liberi. Dunque, la domanda di perdono non deve essere intesa come ostentazione di finta umiltà, né come rinnegamento della storia della Chiesa, ma come esigenza irrinunciabile di verità e come atto di libertà profetica, che esce dal calcolo dei risultati immediati e si impone nell'orizzonte dell'obbedienza a Dio". "Entrando nel merito - ha poi spiegato ancora Giustiniani - va detto che soprattutto nel XIX secolo, e ancora oggi, il pensiero di Bruno è stato spesso strumentalizzato, ora reso emblematico di una determinata fazione politica o ideologica che si attribuisce la funzione di bandiera della libertà e del pensiero avanzato, ora assurto a simbolo di un attacco frontale all'istituzione ecclesiastica". In che senso, allora, la teologia di Bruno è estranea alla dottrina cristiana? "Non perché non nasca dentro il cristianesimo - ha affermato nel suo intervento lo storico Michele Ciliberto, uno dei massimi studiosi del pensiero del frate nolano - ma perché si nutre spesso di convincimenti che di fatto lo rinnegavano. Per esempio, Bruno considerava la civiltà ebraico-cristiana una civiltà di decadenza rispetto a quella egizia. Negava la divinità di Cristo, riteneva che il divino fosse del tutto incommensurabile con l'umano. E quindi banalizzava la teologia trinitaria". Monsignor Domenico Sorrentino ha invece precisato che "Bruno fu un uomo autenticamente desideroso di proiettarsi verso l'infinito di Dio: le sue opere sono intrise di pathos religioso. Dunque, l'ammissione chiara della sua eccentricità, rispetto ai cardini teologici del cristianesimo, non esime dal compiere una rianalisi pacata e soprattutto approfondita del suo pensiero".