I testi del Corpus Hermeticum e dell'ermetismo hanno una storia complessa. Le teorie ermetiche risalgono all'epoca dei
Tolomei (II secolo a.C.), fiorite probabilmente in ambiente Alessandrino. La loro sistemazione scritta tuttavia va dal
I secolo al III secolo d.C. L'ermetismo venne discusso da filosofi pagani e cristiani, influenzando sia le filosofie
tardo-antiche e sia il nascente cristianesimo. Il cristianesimo cercò di combattere le dottrine ermetiche dichiarandole
eretiche. Infine nel VI secolo sembra che la letteratura ermetica si sia perduta nel nulla. Poi nel XI secolo Michele
Psello, erudito bizantino, fa risorgere la tradizione ermetica e il Corpus Hermeticum. Con Psello, si può ritenere
conclusa la formazione del corpus che giungerà in Occidente nel 1460. I dialoghi ermetici vengono presentati come delle
rivelazioni di Ermete Trismegisto ( Ermete tre volte grande) agli uomini, riguardo la natura divina, l'antropogonia,
la cosmogonia, l'escatologia, la filosofia religiosa ed altro. I personaggio dei testi ermetici, oltre a Ermete stesso,
sono Iside, Aslepio, Ammone, Horus, il figlio di Iside e Agathos Daimon (che corrisponde a Kneph). Inoltre
soltanto nei dialoghi ermetici appaiono personaggi come Poimandres, Tat e il sacerdote Bitys.
Questi dialoghi sono naturalmente ambientati in Egitto. La figura di Ermete Trismegisto è estremamente interessante:
Ermete fu identificato dai greci con il dio egiziano Thot (dio egizio Lunare della scrittura). Questa identificazione
risale almeno ad Erodoto ed è presente in Platone nel "Fedro" (con il mito di Theut) e nel "Cratilo". Sappiamo quindi
che Ermete e Thot erano associati all'invenzione della scrittura, alla medicina, al regno dei morti, alla capacità inventiva, alla frode e all'inganno.
Inoltre sia Thot che Ermete avevano un ruolo demiurgico. I greci vedevano l'Egitto come la terra della conoscenza perduta di un tempo estremamente remoto, quindi il
fatto di possedere in lingua greca scritti composti dallo stesso dio Thot (Ermete), dava prestigio ai testi e conferiva
loro importanza. Chiaramente testi scritti dallo stesso dio della conoscenza erano qualcosa di incredibilmente
importante e sacro. Una tradizione mitologica dice che l'Ermete dei testi del corpus era nipote del vero Ermete
Trismegisto e aveva tradotto dagli originali egiziani gli scritti di suo nonno. Quindi se pensiamo che tutto ciò sia
storico il "vero Ermete" sarebbe vissuto poco prima dell'arrivo dei Greci di Alessandro Magno in Egitto. Ma credo
proprio che dietro alla figura di Ermete e delle arcane conoscenze dell'Egitto ellenistico, ci sia qualcosa di più
importante. Probabilmente esisteva una sorta di setta che custodiva i segreti di Thot, ma allora qual'era la fonte
principale delle conoscenze ermetiche? Lo stesso dio? E quando erano nate queste conoscenze? Ipotizzando
che il dio Thot fosse un uomo di eccezionali capacità che alla sua morte fosse stato divinizzato, lo potremmo collocare
ai tempi del regno di Osiride. Osiride era a capo di un gruppo di superstiti di Atlantide e delle sue colonie diretti
in Egitto circa nel 10000 a.C. Thot-Ermete, secondo Diodoro Siculo, era un grandissimo scienziato che aiutò Osiride
nell'opera civilizzatrice in Egitto. Ecco cosa dice Diodoro nella sua Biblioteca Storica ( libro I, 15-16):
"Tra tutti - aggiungono - Osiride teneva nel più alto grado di considerazione Ermes, perché fornito di naturale sagacia
nell'introdurre innovazioni capaci di migliorare la vita associata. Secondo la tradizione, infatti sono opera di Ermes
l'articolazione del linguaggio comune, la denominazione di molti oggetti fino ad allora privi di nome, la scoperta
dell'alfabeto e l'organizzazione dei rituali pertinenti agli onori e ai sacrifici divini. Egli fu il primo ad osservare
l'ordinata disposizione degli astri e l'armonia dei suoni musicali secondo la loro natura; fu l'inventore della
palestra e rivolse le sue cure allo sviluppo ritmico del corpo umano. Inventò anche la lira con tre corde fatte di
nervi, imitando le stagioni dell'anno: adottò infatti tre toni, acuto, grave, medio, in sintonia rispettivamente con
estate, inverno, primavera. Anche i Greci furono da lui educati nell'arte dell'esposizione e dell'interpretazione, vale
a dire l'arte dell'ermeneutica, e per questa ragione gli hanno dato appunto il nome di Ermes. In generale Osiride ebbe
in lui il suo scriba e sacerdote: a lui comunicava ogni questione e ricorreva al suo consiglio nella stragrande
maggioranza dei casi. Invece di Atena, come credono i Greci, sarebbe stato Ermes a scoprire la pianta dell'ulivo."
Come si può capire Ermes era il "factotum" di Osiride. Ermes svolse ogni genere di mansione e tentò di portare un po'
di ordine nel disordine generale causato dalla fine della civiltà. Probabilmente Thot aveva lasciato dei testi dove
cercava di preservare il suo sapere, che sono stati tramandati di generazione in generazione, forse, fino all'epoca
ellenistica, certamente estremamente diversi dagli originali.
TOMMASO D'AQUINO (1232 - 1316)
Tommaso nacque nella famiglia dei conti di Aquino da Landolfo e Teodora verso il 1225. Da giovanissimo fu affidato ai
monaci benedettini di Montecassino, dove ricevette la prima educazione. Verso i 18 anni Tommaso decise di entrare
nell'ordine dei Domenicani e, nonostante le forti resistenze da parte della famiglia, resistette e scelse la sua
vocazione. Tutta la vita di Tommaso fu spesa nello studio e nella contemplazione ed egli morì a neppure cinquant'anni,
nel 1274, dopo aver lasciato moltissimi scritti. Fra essi ricordiamo : De ente et essentia, Summa contra Gentiles e
Summa theologiae. Fu forse il pensatore più importante del Medioevo e la sua influenza, nell’ambito della Chiesa
cattolica, è tuttora fondamentale. Era un uomo grande e grosso, bruno, un po’ calvo ed aveva l’aria pacifica e mite
dello studioso. Per il suo carattere silenzioso lo chiamarono "il bue muto". Tutta la sua vita fu spesa nell’attività
intellettuale e la sua stessa vita mistica la sua ricerca instancabile di Dio. Fu canonizzato nel 1323.
Tommaso elabora "cinque vie" per giungere a dimostrare che Dio
esiste. La prima via è quella del moto, ed è desunta da Aristotele. Essa parte dal principio che
tutto ciò che si muove è mosso da altro. Ora, se tutto ciò che è mosso a sua volta si muove, bisogna
che anch’esso sia mosso da un’altra cosa e questa da un’altra ancora. Ma non è possibile andare all’infinito
altrimenti non vi sarebbe un primo motore e neppure gli altri muoverebbero. E’ dunque necessario arrivare
ad un primo motore non mosso da altro, e "tutti riconoscono che esso è Dio". La seconda via è quella causale.
Nel mondo vi è un ordine tra le cause efficienti (causa efficiente è ciò che da origine a qualcosa) ma è impossibile
che una cosa sia causa efficiente di se stessa, perché altrimenti sarebbe prima di se stessa, dunque
bisogna ammettere una prima causa efficiente "che tutti chiamano Dio". La terza via è basata sul rapporto tra il
possibile e il necessario. Vi sono cose che possono essere e non essere: infatti alcune nascono e finiscono, il che
vuol dire appunto che sono possibili, possono essere e non essere. Ora, è impossibile che tutte le cose di tal natura
siano sempre state, perché ciò che può non essere un tempo non esisteva. Se dunque tutte le cose possono non essere,
in un dato momento non ci fu nulla nella realtà. Dunque non è vero che tutti gli esseri sono possibili ma bisogna
ammettere che nella realtà vi sia anche un essere necessario, "e questo tutti dicono Dio". La quarta via è quella dei
gradi di perfezione. Si trova nelle cose il più e il meno di ogni perfezione, cioè di bene, vero, bello ecc. Vi sarà
dunque anche il grado massimo di tali perfezioni e "questo chiamiamo Dio". La quinta via è quella desunta dal governo
delle cose. I corpi fisici (pianeti, stelle ecc.) operano per un fine, come appare dal fatto che operano quasi sempre
allo stesso modo per conseguire la perfezione; donde appare che non a caso, ma per una predisposizione, raggiungono il
loro fine. Ora, ciò che è privo di intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo e
intelligente, come la freccia viene scoccata dall’arciere. Vi è dunque un essere sommamente intelligente da cui tutte
le cose naturali sono ordinate ad un fine, "e questo essere chiamiamo Dio".
IBN RUSHD - AVERROE' (1126 - 1198)
Ibn Rushd (Abû al-Walîd Muhammad ibn Ahmad ibn Muhammad ibn Ahmad ibn Ahmad inb Rushd) nacque nel 1126 a Cordova e morì
a Marrakech il 10 dicembre 1198. Nel XII secolo l'Andalusia faceva parte dell'impero degli Almohadi, impero che si
estendeva a tutta l'Africa del Nord e durante il quale l'Occidente arabo conobbe gloria e ricchezza. Ibn Rushd era
astronomo, medico, giurista e filosofo. Figlio di giuristi, appartenente quindi ad una classe sociale elevata, vissuto
nella stabilità dell'impero almohade ebbe modo di costruirsi una cultura vastissima. Durante un viaggio a Marrakech
notò una stella che non si poteva vedere sotto i cieli spagnoli: Canepe. L'osservazione di questo fenomeno gli permise
di intuire la rotondità della Terra. Durante un altro viaggio a Marrakech, Ibn Rushd conobbe Ibn Tufail, medico del Califfo Yûssûf ibn Ya'qûb e questi lo
incaricò di tradurre e commentare le opere di Aristotele in quanto lui era troppo vecchio per tale mansione e le
traduzioni fino allora esistenti erano troppo oscure. Ibn Rushd accettò e s'impegnò in un lavoro che durò più di 15
anni, ma l'opera del grande filosofo greco fu quasi interamente tradotta. Alla morte del Califfo, Ibn Rushd mantenne un
posto di primissimo piano come medico di corte e confidente del successore di quest'ultimo Ya'qûb detto al-Mansûr "Il
Vittorioso" per la strepitosa vittoria di Alarcos del 1195 contro Alfonso VIII di Castiglia e i principi cristiani di
Spagna sempre più minacciosi. Poi improvvisamente caddè in disgrazia, il sovrano lo esiliò e i discepoli lo rinnegano.
I sovrani Almohadi cercavano sempre la compagnia dei "falâsifa" (i filosofi), li stimavano e non avevano mai manifestato
ostilità fanatiche nei loro confronti. Se Ibn Rushd cadde ingiustamente in disgrazia, fu probabilmente a causa di
circostanze forzate. Le sue dottrine filosofiche dovevano indisporre non poco i teologi limitati e i giuristi pedanti
incapaci di interpretazione personale dei testi. Furono quindi ragioni di stato che obbligarono al-Mansûr ad allontanare Ibn Rushd anche perché la minima
debolezza del sovrano sarebbe stata immediatamente sfruttata dai principi cristiani di Castiglia e León. Ritornata la
calma al-Mansûr riabilitò Ibn Rushd che ritorno a Marrakech dove mori il 10 dicembre all'età di 72 anni. Le spoglie
furono trasferite nella sua città natale Cordova.
Ibn Rushd non si occupò solo di medicina o dei commenti all'opera di Aristotele scrisse anche molti libri di filosofia.
In particolare ricordiamo un trattato sulla non contraddizione tra filosofia e religione che lo pone al vertice della
riflessione filosofica del suo tempo e non solo. Ibn Rushd sosteneva che i testi sacri sono legittimamente interpretati
in modo diverso dal filosofo dal teologo o dal profano. La "verità" può quindi essere interpretata in modo diverso
secondo la formazione intellettuale dell'individuo. Questo approccio critico poteva suscitare le reazioni di molti, era
in un certo senso "rivoluzionario" e lo sarebbe ancora oggi. Se i Musulmani che vennero dopo di lui non approfittarono
dei suoi insegnamenti e ebbero verso le sue opere un approccio superficiale (molte erano diffuse in latino ed ebraico),
non fu così per i Cristiani e gli Ebrei dai quali fu considerato una personalità ineguagliabile.
Le sue dottrine verranno insegnate in Europa fino al XVIII secolo, in particolare il trattato del De anima nella
traduzione in latino di Micael Scott del 1230 e ciò nonostante le condanne dell'Inquisizione e del Concilio di Trento
che consideravano eretiche e blasfeme le teorie di Averroè, anche se l'averroismo professato in Europa è solo un pallido
riflesso della sua cosmologia. Molti filosofi e teologi europei devono molto a Ibn Rushd, tra questi citiamo i più
conosciuti: San Tommaso d'Aquino, Bacone, Spinoza, Leibnitz. Combatté apertamente contro le degenerazioni del pensiero
aristotelico attuate dagli integralisti teologi musulmani e da Avicenna. Punto sostanziale é l'intervento di Dio nel
mondo. Dio è atto puro. Se ne prova l'esistenza con i passaggi avicenniani a contingentia mundi e dei gradi di
perfezione: tali modalità di prove vennero poi accolte come terza e quarta prova da S.Tommaso. Non esiste una
creazione ex nihil una volta per sempre, ma un continuo trarre le cose dalla potenza all'atto, dando per scontato che
materia prima e mondo esistono ab aeterno, causati necessariamente da Dio fin dall'eternità. Filosofia e religione rivelata sono un'inscindibile verità, ma mentre la rivelazione - che è diretta
a tutti gli uomini - mira al potenziamento della virtù attraverso il linguaggio semplice che colpisce il sentimento e
l'immaginazione, spetta ai filosofi (non ai teologi) l'interpretazione e la dimostrazione scientifica dei dogmi
forniti dalla rivelazione.
RAMON LLULL (1232 - 1316)
Il suo nome italianizzato è Raimondo Lullo. E' l'autore di quel complicato ed ambizioso progetto di lingua conosciuto come Ars Magna. Lullo è un uomo del Duecento (morirà nel 1316 ), originario di Maiorca, città multietnica, in cui sono ugualmente forti le influenze del cristianesimo, dell'islamismo e dell'ebraismo. In un tale ambiente multilingue, Lullo - divenuto frate francescano - persegue lo scopo di creare una lingua filosofica che possa mostrare agli infedeli le inconfutabili verità del Vangelo. Secondo la leggenda, Lullo muore lapidato dagli stessi saraceni a cui si era presentato per convertirli. A parte l'esito infelice della vita di Lullo, fortuna maggiore ha avuto la sua Ars Magna, soprattutto durante il Rinascimento, su uomini come Cusano.
Il fascino dell'Ars Magna deriva dalla imponente organizzazione del sapere in categorie e nell'adozione della logica, entrambe di origine aristotelica. Lullo stabilisce un alfabeto di nove lettere (b,c,d,e,f,g,h,i,k), alle quali fa corrispondere nove dignità divine, o Principi Assoluti, nove Principi Relativi, nove Soggetti, nove Questioni, nove Virtù e nove Vizi. L'Ars Magna contempla poi delle figure che servono a realizzare la combinatoria delle lettere, e quindi delle dignità, dando origine a tutte le combinazioni possibili. Tali combinazioni corrispondono ad altrettante proposizioni necessariamente vere. Tuttavia, il gran numero di combinazioni possibili porta all'eventualità di formulare proposizioni contrarie ai dogmi cristiani; ad esempio, applicando il sillogismo a determinate dignità, si può avere: "L'avarizia è differente dalla bontà, Dio è avaro, perciò Dio è differente dalla bontà". Lullo, dunque, procede accuratamente a scartare tutte le proposizioni "scomode", venendo meno al proposito di creare una lingua basata sulla logica e quindi necessaria.
Presupponendo un ordine predefinito del cosmo, l'Ars Magna nega la possibilità di pervenire ad ulteriori verità. Ricercare le possibili connessioni tra le diverse dignità non è uno strumento euristico, perché la realtà è già definita dalle categorie dell'arbor scientiarum: una categorizzazione "ad albero", appunto, che parte dalle nove dignità e si espande fino a definire tutti gli elementi della realtà, descrivendo la Grande Catena dell'Essere.
Questo è, in definitiva, il limite maggiore dell'opera di Lullo: aver considerato assoluta una data organizzazione del mondo, convinto che musulmani ed ebrei non avrebbero potuto far altro che convertirsi, di fronte a tali inconfutabili verità
Durante il Medioevo, gli studi che si propongono di ritrovare (o di ricreare) la lingua prebabelica sono caratterizzati da un profondo misticismo. Una forte impronta a questi primi studi è data dalle ricerche di eruditi interpreti della Torah, il testo sacro ebraico; questa lunga tradizione prende il nome di cabalismo ("cabbala" in ebraico vuol dire "tradizione"). Tali studi influenzeranno profondamente i futuri orientamenti del neoplatonismo rinascimentale. Nel Mediovevo, dunque, tali ricerche hanno il loro riferimento diretto nel Vecchio Testamento, sia (come è ovvio) per la comunità dei cabbalisti, sia per la tradizione cristiana, che assume come testo di riferimento la Vulgata, prima traduzione in latino della Bibbia ad opera di San Gerolamo (III secolo d.C.).
Un personaggio di rilievo è, in questo periodo, lo spagnolo Llull: inventore del primo sistematico progetto di lingua perfetta, basata su di una "organizzazione del contenuto" ritenuta universale.
NICCOLO' CUSANO (1400 - 1464)
Niccolò Cusano nacque a Kues, in Germania, attorno al 1400. Studiò diritto e matematica a Padova e teologia a Colonia.
A venticinque anni diventò prete, poi divenne vescovo di Bressanone e quindi cardinale.
Il Concilio di Basilea lo incaricò di rappresentare la Chiesa Cattolica in una missione riconciliatrice in Grecia, allo
scopo di sanare la spaccatura con la Chiesa Ortodossa. Pur fallendo, Cusano tornò in occidente con i testi originali
dei classici greci e una folta rappresentanza di sapienti, i quali insegnarono il greco (lingua da secoli dimenticata),
ai dotti italiani, contribuendo così allo sviluppo dell'umanesimo rinascimentale.
Le sue opere sono: La dotta ignoranza (1440), sua opera principale, Le congetture (1445), L'Idiota (1450), Il gioco
della palla (1463).
Ne "La dotta ignoranza" Cusano afferma, rispolverando una massima socratica, che "quanto meglio uno saprà che non si
può sapere, tanto più sarà dotto."
Posto che Dio è la perfezione assoluta e infinita, niente di quello che l'uomo può sapere e imparare raggiungerà mai
questa perfezione. La conoscenza dell'uomo non sarà mai perfetta, ma costantemente perfettibile, la scienza degli
uomini cerca la verità, ma la verità, come una preda sfuggente, non si farà mai raggiungere.
La conoscenza attraverso la ragione è un tentativo reiterato di cercare di misurare l'incommensurabile, è un tentativo
di instaurare una proporzione fra il noto e l'ignoto. Questo tentativo è sempre graduale, del resto non si può conoscere
direttamente l'ignoto intero senza una serie di tentativi successivi di avvicinamento.
Cusano porta l'esempio della misurazione di una circonferenza: l'uomo semplifica il problema ipotizzando la
circonferenza come un poligono che abbia infiniti lati, ma l'infinito non è proprietà della geometria, scienza finita,
e la circonferenza risulterà allora da una semplificazione mistificante.
Cusano usa in questo modo termini matematici e geometrici, i quali hanno la proprietà delle cose finite
(e quindi umane), per mettere in luce l'impossibilità umana di conoscere e provare l'infinito attraverso la ragione,
infinito che Cusano identifica in Dio.
Se l'infinito non è raggiungibile attraverso la ragione, lo è attraverso
l'intelletto, il quale, seppur non arriva a una conoscenza certa del concetto, può arrivare a una sua intuizione.
L'infinito è l'unità di tutte le conoscenze, anche quelle opposte, in quanto la perfezione assoluta implica la sintesi
suprema tra tesi e antitesi. Questa coincidenza degli opposti fa si che in Dio siano presenti tutti i principi
contrapposti che sono all'apparenza inconciliabili. Dio è sia affermazione che negazione. In Dio convivono i contrari
poiche Egli è l'assoluto. In Cusano vi è una continua tensione tra perfezione e impossibilità di raggiungerla, una
sorta di sintesi impossibile tra assoluto e umano. L'umano è l'imperfetto perfettibile, il divino la perfezione assoluta
in cui tutto trova una sintesi, ma proprio perché divina, impossibilitata a venire a contatto con l'umano.
Di fronte all'impossibilità di definire in modo certo la natura infinita di Dio, l'uomo diventa uno spettatore della
Creazione, ma non uno spettatore passivo. L'uomo è il fine ultimo della Creazione, creato per riconoscere il valore
divino della Creazione stessa. Dio si può conoscere allora per teologia negativa (ciò che Dio non è) o per teologia
positiva (Dio è l'infinito), la terza via è la parola di Cristo. Cristo è anche Dio, quindi la sua infinità divina è
per l'uomo un motivo di imitazione terrena, imitazione che sfocia necessariamente in una teologia del dialogo che può
favorire, sul piano civile e storico dell'uomo, una riconciliazione dei dissidi (una empirica coincidenza degli opposti).
MARSILIO FICINO (1433 - 1499)
Il nome di Ficino è associato all'incarico affidatogli da Cosimo de' Medici di tradurre le opere di Platone, recentemente acquistate in Grecia.
Per poterle tradurle il mecenate gli mise a disposizione una villa presso Firenze che succesivamente divenne un luogo di ferventi incontri culturali, la famosa Accademia Platonica.
Ficino tradusse non solo le opere di Platone, ma anche quelle di Porfirio, Proclo, Plotino, Dionigi Pseudo-Aeropagita, Orfeo, Esiodo e molti altri, contribuendo così a diffondere l'umanesimo analogamente alla missione di Cusano.
Homo copula mundi. Nel nuovo clima del Rinascimento, Ficino è fautore di una teoria che riporta l'uomo al centro del mondo dopo i secoli del pessimismo antropologico cristiano.
Per Ficino l'uomo è copula mundi. Cosa significa? Significa che l'uomo è il termine medio tra il divino e il terreno. Il mondo esistente è diviso per gerarchie in cinque parti: al vertice c'è Dio, poi vengono gli angeli, quindi l'anima dell'uomo, la qualità, e per ultimo il corpo.
Quindi l'anima dell'uomo è il centro del mondo, il termine medio (copula), l'entità per mezzo della quale divino e terreno si incontrano. L'uomo ha la libertà di decidere se aspirare all'alto o perdersi nel basso. In sostanza, una posizione di privilegio data dalla coscienza e dall'intuito umano, il quale permette di percepire sia le cose divine che vivere le cose terrene.
Le origini della Rivelazione divina. Secondo Ficino, Il percorso della Rivelazione divina non è cominciato con il Cristianesimo, la sua verità cominciò a manifestarsi anche prima, nell'indagine e nelle opere degli studiosi pagani illustri, primo fra tutti Platone.
Le origini della Rivelazione cominciano con il persiano Zarathustra e con Ermete Trismegisto, mitico sapiente egiziano, continua con Pitagora, arriva a Platone e prosegue nei neoplatonici, Plotino e lo Pesudo-Aeropagita.
PICO DELLA MIRANDOLA (1463 - 1494)
Le opere più importanti di Pico della Mirandola sono le Conclusioni filosofiche, cabalistiche e teologiche del 1486, con la quale cerca di promuovere un riavvicinamento tra la Chiesa cattolica, la religione ebraica e quella islamica (le tre grandi religioni monoteiste rivelate) e La dignità dell'uomo (1487).
La sua leggendaria capacità mnemonica gli permise di studiare le lingue ebraiche, l'arabo e il caldaico (lingue dell'antica Mesopotamia), oltre che il latino e il greco.
Il suo desiderio di rinconciliare le tre grandi religioni non andò a buon fine perchè alcune delle sue Conclusioni filosofiche vennero sospettate di eresia dalla Chiesa. Pico fu anche imprigionato per eresia e ottenne il perdono del papa solo grazie all'intervento di Lorenzo il Magnifico.
L'uomo camaleonte. Ne "La dignità dell'uomo" Pico espone il concetto dell'uomo camaleonte.
Secondo Pico, Dio creò ogni essere vivente dotandolo di particolari qualità. Così ogni animale ha un particolare istinto che lo rende abile per una certa cosa. Quando Dio creò l'uomo non volle attribuirli solo una qualità ma preferì dotarlo di una parte di tutte le qualità. Quindi l'uomo si trova nella posizione potenziale di scegliere, come per Ficino, tra le "cose inferiori" e le "cose superiori". L'uomo è un camaleonte che può servirsi a piacimento e secondo l'esigenza di una qualsiasi delle qualità che possiede, e questo gli da un vantaggio considerevole rispetto alle altre speci viventi.
L'uomo è dotato quindi di una adattabilità invidiabile nonché del libero arbitrio. Questa libertà di realizzazione umana pone l'uomo al di sopra degli angeli stessi, i quali sono fissi nelle gerarchie celesti, senza alcuna possibilità di miglioramento.
ERASMO DA ROTTERDAM (1469 - 1536)
Il vero nome era Jeert Jeerts, nacque a Rotterdam nel 1469 circa e morì a Basilea. Rimasto orfano fin dalla tenera età,
spogliato del suo piccolo avere dai tutori visse disagiatamente. Educato da Steyn, prese nel 1492 convento degli
Agostiniani gli ordini ma ottenne più tardi la dispensa dai voti dal Papa Giulio II. Fatti i corsi nel collegio fu poi
a Parigi dove seguì Montaigne, in seguito in Inghilterra e a Torino, dove ottenne la laurea e venne a contatto con la
teologia. E da qui poi a Venezia con l'umanesimo italiano. Tornato di nuovo in Inghilterra scrisse "L'Elogio della
Pazzia" (1509), insegnò teologia all'Università di Cambridge e nel 1516 pubblicò a Basilea l'edizione del testo Nuovo
Testamento in greco originale. Infine rientrò in patria, luogo che si confaceva più al suo spirito in quanto vi
convivevano Cattolicesimo e la Riforma. Qui iniziò con Lutero la sua polemica con alcuni scritti come il "De Libero
Arbitrio" (1524). La sua figura di intellettuale, sia in campo filosofico che teologico, non si risolve in maniera
completa, ma spesso si lascia guidare dalla necessità della polemica. Il suo grande sentimento classico si traduce
nell'avversione, come tutti gli Umanisti e i Rinnovatori Religiosi, per la Scolastica. Non apprezza le discussioni
astratte o i problemi metafisici o dialettici degli Scolastici perchè non interessano direttamente il sentimento umano
e gli interessi sociali, ma sono freddi esercizi mentali. Come umanista e letterato dà grande importanza a ciò che
scuote l'animo e commuove, tende ad essere più un ragionatore che un razionalista. Per questo apprezza più di tutti
Socrate che meglio di Platone fu sempre a contatto con la vita dell'uomo. Lo sforzo di Erasmo è quello di mettere sulla
stessa linea la fede con l'erudizione e il bello stile, come se fossero valori equivalenti. Vuole affermare la
sostanziale identificazione dei valori più autentici del Cristianesimo con la sapienza antica. Cerca quindi di togliere
al Cristianesimo le asprezze e le affermazioni assolute. Cerca un equilibrio fra la pura moralità
evangelica e la sobrietà e misura pagana; ne è testimonianza il suo latino duttile e colorito, pieno di psicologia,
finezza e forza esortativa. La stessa funzione esercita nella lotta all'immoralità, agli abusi ecclesiastici,
all'ignoranza e all'intolleranza delle astruserie dogmatiche e ironicamente si abbatte sulla grettezza e sugli
eccessi dei razionalisti. Insiste molto sulla figura di Socrate soprattutto nel suo paragone con Cristo. Riconosce la somiglianza fra queste due personalità nella
loro opposizione tra valori autentici e valori inconsistenti, nell'equilibrio e dominio di se stessi, in
contrapposizione con i beni mondani ed esteriori. Mostrando la somiglianza fra Socrate e Cristo, Erasmo vuole
concretizzare con i comportamenti dei due più illustri rappresentanti, la coincidenza tra etica cristiana e etica
pagana. Erasmo satireggiò la degenerazione di un epoca corrotta, i vizi dei laici come quelli degli ecclesiastici e da
principio vide in Lutero il riformatore dei costumi e il polemista contro i privati teologi. La satira erasmiana,
apparentemente spregiudicata, è densa di motivi etici. Per lui la Pazzia infatti è l'illusione, la menzogna di cui la vita dell'uomo si ammanta per nascondere
la sua cruda realtà, ma il principale obiettivo della polemica è costituito dal clero e dallo stato della Chiesa.
Devozioni degne di riso sono per Erasmo l'accendere candele dinanzi ad immagini in pieno giorno o intraprendere
peregrinazioni in luoghi dove nessun motivo plausibile spinge ad andare. Erasmo crede nella
fedeltà allo spirito del vangelo, rifiuta ogni fanatismo e dogmatismo della dottrina cristiana dimostrando di aver
fatto sua la più alta lezione dell'Umanesimo proprio in questo senso critico e sereno, nella sua prudenza e ricerca
di misura. Erasmo intende il rinnovamento religioso come la coscienza umana che ritorna alle origini del
Cristianesimo e studia con la filologia i testi sacri per ritrovarne l'autentico significato. Come umanista il
suo compito si ferma qui, fa parte del mondo dei dotti e come tale è contrario a coinvolgere con la
religione, forze politiche o sociali estranee al mondo della cultura. Per questo, quando Lutero nel 1519 gli chiede di
appoggiare la Riforma, pur approvandone i principi che in massima parte lui stesso ha indicato, si rifiuta di
seguirlo nell'opera rivoluzionaria.
PARACELSO (1493 - 1541)
Philippus Theophrastus Bombast von Hohenheim (detto Paracelsus) nacque il 14 novembre
del 1493 a Einsiedeln, un villaggio vicino alla città di Zurigo, in Svizzera. Suo padre, Guglielmo Bombast di Hohenheim,
era un medico discendente dell'antica e celebre famiglia Bombast detta di Hohenheim dalla sua antica residenza.
Nella prima giovinezza, Paracelso ricevette un’istruzione scientifica da suo padre, che gli insegnò i rudimenti
dell'Alchimia, della chirurgia e della medicina. In seguito continuò gli studi sotto la guida dei monaci del convento
di Sant'Andrea (nella valle di Savon) e sotto l'egida dei dotti vescovi Eberhardt Baumgartner, Mathias Scheydt di
Rottgach e Mathias Schacht di Freisingen.
Successivamente fu istruito dal celebre Johann Trithemius di Spanheim, uno dei maggiori adepti della Magia, dell'Alchimia e dell'Astrologia del suo tempo, venerato
nel seicento, insieme ad Agrippa von Nettesheim, come uno dei maggiori luminari dell’Arte Spagirica (Alchimia Esterna).
Sotto la guida di questo maestro Paracelso coltivò e mise in pratica il suo talento e il suo amore per l’occulto.
Il giovane Theophrastus assunse probabilmente in quel periodo il suo soprannome latinizzato "Paracelsus" intendendo
accentuare la sua convinzione di essere superiore all’arte medica del passato.
Visitò la Germania, l'Italia (dove forse si laureò in medicina presso l’Università
di Ferrara), la Francia, la Spagna, l'Olanda, la Danimarca, la Svezia, l’Inghilterra, la Polonia, la Russia e molte
altre regioni dell’est europeo. Forse si recò anche in India, e dopo essere stato fatto prigioniero dai Tartari e
portato al cospetto del Khan, ne accompagnò il figlio a Costantinopoli nel 1521. Secondo la relazione di Van Helmont,
là ricevette la Pietra Filosofale. La leggenda narra che l'adepto da cui Paracelso ricevette questa pietra fu
un certo Solomone Trismosinus (o Pleiffer) compatriota di Paracelso. Si dice che questo Trismosinus fosse anche in
possesso della Panacea Universale; e si afferma che sia stato visto, ancora vivo, da un viaggiatore francese, alla
fine del diciassettesimo secolo.
Nel 1525 Paracelso giunse a Basilea, e nel 1527, per raccomandazione di Ecolampadio, fu nominato dal Consiglio Cittadino
professore di fisica, medicina e chirurgia ricevendo un onorario notevole. Le sue lezioni non erano come quelle dei
suoi colleghi: semplici ripetizioni delle teorie di Galeno, Ippocrate e Avicenna. Paracelso insegnava le sue proprie
dottrine indipendentemente dalle opinioni altrui, ottenendo il plauso dei suoi studenti e facendo inorridire i suoi
ortodossi colleghi. Il 24 giugno del 1527 bruciò pubblicamente in piazza gli scritti di Galeno e di Avicenna, ripetendo
le parole sacramentali: "Così ogni mala cosa si disperda nel fumo!"
La crescente ostilità dei medici accademici e una lite giudiziaria costrinsero Paracelso, nel febbraio del 1528, ad
abbandonare Basilea.
Paracelso riprese la sua vita randagia vagabondando per il paese, come aveva fatto in gioventù, vivendo in villaggi,
taverne e osterie. Numerosi discepoli lo seguirono, attratti dal desiderio di sapere o dalla brama di acquistare la sua
arte e valersene a proprio profitto. Il più noto dei suoi seguaci fu Johannes Oporinus, che per tre anni lo servì come
segretario e che poi divenne professore di greco, scrittore conosciuto, libraio e stampatore a Basilea. Paracelso era
decisamente reticente nel confidare i suoi segreti, anche con i propri discepoli. Oporinus, dopo aver abbandonato il
proprio maestro, parlò duramente di lui, schierandosi con i suoi nemici. Ma dopo la morte di Paracelso, egli si
rammaricò della propria indiscrezione ed espresse grande venerazione per lui.
Paracelso fu a Colmar nel 1528, e a Esslingen e a Norimberga tra 1529 e il 1530. I "medici regolari" di Norimberga lo
denunciarono come ciarlatano e impostore. Per confutare le loro accuse egli chiese al Consiglio Cittadino di affidargli
la cura di alcuni pazienti che erano stati dichiarati incurabili. I successi ottenuti da Paracelso non mutarono la sua
fortuna, ma accrebbero le ostilità degli accademici condannandolo a nuovi e continui vagabondaggi.
Morì il 24 settembre 1541, all'età di quarantotto anni e tre giorni in una stanzetta della locanda del "Cavallo Bianco" lungo il fiume. Il suo corpo fu
sepolto nel cimitero della chiesa di San Sebastiano, conformemente alla sua volontà. Il Principe Arcivescovo ordinò
due solenni funerali. Sulla tomba fu eretta una piramide, al centro della quale fu posto il suo ritratto.
Grava ancora un mistero sulla sua morte: molti biografi sostengano che egli morì di morte violenta, dovuta a veleno o
a ferite. Nulla avvalora però questa tesi. Il cranio di Paracelso fu ripetutamente esaminato: esso presentava in realtà
una frattura lungo l'osso temporale, ma non ci sono prove che facciano supporre che tale ferita gli sia stata inferta
in vita.
Paracelso non ebbe pace nemmeno nella tomba: fu dissepolto innumerevoli volte (sette spostamenti delle spoglie sono
documentati) e le sue ossa furono scompigliate e trafugate.
TOMMASO CAMPANELLA (1568 - 1639)
Nato a Stilo, in Calabria, nel 1568, Tommaso Campanella entrò nell'ordine dei domenicani quando era ancora molto giovane, ma, a causa delle sue idee in fatto di religione, si ritrovò ben presto nel mirino degli inquisitori, dai quali fu accusato di eresia e rinchiuso in carcere a Roma, nello stesso periodo di Giordano Bruno.
Nel 1599 tornò in Calabria, dove tentò di organizzare un'insurrezione contro il dominio spagnolo e di gettare le basi per una profonda riforma religiosa.
Anche in questa occasione fu arrestato e condannato, ma riuscì a salvarsi dalle torture fingendosi pazzo. Il suo presunto stato mentale non poté, però evitargli il carcere: rimase rinchiuso per 27 anni, durante i quali trovò la forza per continuare a scrivere, specialmente di filosofia. Fu proprio durante la prigionia che compose un'opera dedicata a Galileo, del quale apprezzava incondizionatamente (e pericolosamente) il lavoro ed il pensiero.
Nel 1626 riacquistò una parziale libertà: uscì dal carcere ma rimase a Roma, sotto il controllo del Sant'Uffizio. Grazie alla benevolenza di papa Urbano VIII, anche questo vincolo venne in seguito eliminato ma, nel 1633, Campanella venne nuovamente accusato di eresia e di propaganda antispagnola, così, prima che la situazione precipitasse, decise di rifugiarsi a Parigi, sotto la protezione di Richelieu, e di dedicarsi alla pubblicazione dei suoi scritti.
Morì nella capitale francese nel 1639. Insieme con Giordano Bruno e Bernardino Telesio, Tommaso Campanella fu uno dei principali anticipatori di alcuni importanti argomenti della filosofia moderna e il suo pensiero testimoniò di questo passaggio tra Medioevo e modernità oscillando tra la trascendenza tradizionale del cattolicesimo e l'immanentismo del naturalismo rinascimentale.
TYCHO BRAHE (1546 - 1601)
Astronomo danese. Fu l'ultimo grande sostenitore della teoria geocentrica. Tycho Brahe (noto in Italia come Ticóne)
nacque a Knudstrup in Scania nel 1546. Dopo aver compiuto studi di diritto e filosofia presso le università di
Copenaghen e Lipsia, si dedicò all'astronomia. Quando, nel 1572, scoprì la stella nova ,che studiò e descrisse nella
sua prima opera, il re di Danimarca e Norvegia Federico II lo invitò a tenere un corso d'astronomia all'università di
Copenaghen e gli assegnò poi una rendita annua, mise inoltre a sua disposizione i mezzi per costruire un osservatorio
astronomico sull’isola di Hven.
Dove infatti, nel 1576 e nel 1584, furono edificati gli osservatori di Uranienborg (il castello d'Urania) e Stjärneborg
(il castello delle stelle). Circondato da allievi e studiosi, Brahe costruì e perfezionò strumenti per l’osservazione;
accumulando così una gran quantità di dati estremamente precisi, dai quali l'allievo Keplero (convinto eliocentrista)
seppe trarne le Tavole rudolfine (catalogo di un migliaio di stelle) e le famose tre leggi dei moti planetari.
La sua indipendenza religiosa e il disprezzo per la nobiltà gli crearono molti nemici e Cristiano IV,successore di
Federico II, nel1588, ritirò tutti i benefici concessi all’ astronomo. Nel 1597 Brahe abbandonò Uranienborg
trasferendosi dapprima ad Amburgo e stabilendosi poi definitivamente a Praga, dove ricevette, dall'imperatore Rodolfo
II, i fondi per realizare un nuovo osservatorio e quindi la possibilità di riprendere le ricerche; ma la morte,
avvenuta nel 1601, gli impedidi terminare i lavori.
L’importanza di Brahe è dovuta al fatto che rappresentò uno dei primi esempi di ricercatore capace di condurre un
lavoro sperimentale serio e rigoroso. Infatti gli uomini di scienza dell’epoca si rifacevano ancora ai dati
sperimentali dell’epoca tolemaica. Il suo osservatorio, anche se non disponeva ancora di un cannocchiale, era
notevolmente attrezzato, grazie a questo egli potè acquisire dati molto precisi; basti pensare che Brahe fu il
primo astronomo in grado di correggere le osservazioni sull'effetto della rifrazione atmosferica e di apportare
notevoli miglioramenti alla teoria della Luna. Rifiutò il sistema copernicano non per gretto tradizionalismo, ma
perché i suoi strumenti non erano tali da poter rilevare la parallasse annua delle stelle, da lui giustamente prevista
come conseguenza del moto di rivoluzione terrestre. Elaborò così, un sistema (ticonico) che poneva la Terra al centro
dell’universo; quindi al centro delle orbite del Sole, della Luna. Mentre gli altri cinque pianeti: Mercurio, Venere,
Marte, Giove e Saturno avevano come centro dell’orbita il Sole.
Questo sistema essendo un ibrido tra il modello eliocentrico e quello geocentrico, presenta debolezze teoriche, e di
conseguenza non ebbe molti seguaci. Una cosa importante fu però, che, In questa visione, come si può facillmente
intuire, le orbite dei diversi corpi celesti si intersecano, rendendo necessaria la perdita del carattere materiale
delle sfere. Di Brahe vanno anche ricordate due importanti osservazioni: la prima riguarda una cometa che Tycho osservò
nel 1577, e della quale calcolò la traiettoria, scoprendo che orbitava attorno al sole: conferma sperimentale della
visione copernicana. La seconda riguarda una stella anomala che comparve in un punto in cui non si erano mai viste
stelle, diventando sempre più luminosa, finchè dopo alcuni anni si attenuò e scomparve (una supernova). Ciò aveva una
sconvolgente conseguenza: le stelle non potevano essere oggetti eterni e immutabili come gli antichi avevano immaginato.