• MISTERI DELLA MEMORIA - GIANNI GOLFERA
    di Roberto Allegrii
  • CORPUS ICONOGRAPHICUM - MINO GABRIELE








  • MISTERI DELLA MEMORIA - GIANNI GOLFERA (di Roberto Allegri)

    Che cosa può avere in comune un ragazzo di poco più di vent’anni, che porta gli occhiali a specchio e guida un’automobile sportiva, con Giordano Bruno, il grande filosofo del 500? Nulla, risponderebbe chi non conosce Gianni Golfera. Ventitreenne, originario di Lugo di Romagna, Golfera è considerato uno dei più straordinari mnemonisti viventi, un vero fenomeno della memoria, proprio come lo era Giordano Bruno: sa a memoria, parola per parola, 250 libri, ed è in grado di ripeterli anche al contrario, dall’ultima alla prima riga. Gira il mondo tenendo conferenze, corsi e dimostrazioni delle sue eccezionali abilità. Nei teatri domanda il nome delle persone presenti e subito dopo li ripete, senza sbagliarne uno, come se li leggesse in un elenco. Ripete, in successione, dopo averli letti una sola volta, fino a mille numeri di telefono estratti da un elenco.
    A chi lo paragona a Pico della Mirandola o a Giordano Bruno, due personaggi passati alla storia come "mostri" di memoria, Golfera risponde: «Giordano Bruno è stato il più grande mnemonista che sia mai esistito. Conosceva la Bibbia dalla prima all’ultima parola e dall’ultima alla prima, così come tutti i testi che aveva letto nel corso della sua vita. È lui il mio "vero" maestro. Ho cominciato a interessarmi all’Ars memoriae dopo aver letto un suo libro e ancora oggi tutto quello che so e che insegno ha i suoi fondamenti sulle teorie di Bruno».
    La sua è arte o tecnica?
    «È un’arte, la stessa che studiavano i Greci e i Romani. Niente a che vedere con la "mnemotecnica" che viene insegnata oggi. Credo di essere, oggi, l’unico esperto ad alto livello di quest’arte». Ha sempre avuto una memoria superiore al normale? «Sì, fin da bambino ho sempre dimostrato di avere una memoria formidabile. Il mio primo ricordo nitido risale a quando avevo otto mesi e riguarda il mio primo viaggio in aereo. Ricordo tutto di quel giorno: la scena del decollo, la direzione della pista, il colore dell’aereo. Da piccolo mi divertivo a mettere in imbarazzo gli adulti che raccontavano dei fatti senza ricordarli bene. Io intervenivo impietosamente, precisando i dettagli come se avessi una fotografia in mano».
    Una dote innata che ha migliorato con lo studio. «La "vocazione" a dedicarmi a quest’arte è venuta dalla curiosità suscitata dalla lettura di un libro su Giordano Bruno. Fui enormemente colpito dal fatto che egli poteva ripetere a memoria tutto ciò che aveva letto, anche partendo dall’ultima parola. Cominciai allora a leggere tutto quello che trovavo sul frate filosofo e lessi anche, in latino, e poi lo tradussi, il suo De umbris idearum, il trattato sull’arte della memoria, un testo fondamentale per chi voglia avvicinarsi a quest’arte. Quel libro divenne la guida per le mie ricerche. Negli studi successivi non ho fatto altro che aggiornare quegli insegnamenti con le mie personali scoperte». Quali sono i più grandi mnemonisti della storia?
    «Ce ne furono diversi nell’antichità, quando la memoria era il principale veicolo per la trasmissione del sapere. Cicerone aveva una memoria prodigiosa e fu anche uno storico dell’arte della memoria. Nel De Oratore riporta ciò che dell’argomento insegnavano i Greci e gli altri popoli antichi. Plinio il Vecchio, poi, ricordava tutti i nomi dei cittadini di Roma e la strada in cui ciascuno di loro abitava. Nel Medio Evo, continuatore dell’arte della memoria fu un avvocato, Pietro da Ravenna. Poi ci fu Giulio Camillo, professore universitario vissuto nel Quattrocento, che memorizzava tutto ciò che sentiva e leggeva e perciò era chiamato "il divino". Detentori dei segreti della memoria furono, infine, i Domenicani, che per la loro attività di predicatori avevano necessità di citare a memoria i libri sacri. Bruno, infatti, che era un Domenicano, imparò l’arte in convento e in seguito la perfezionò. E non dimentichiamo Pico della Mirandola, Enrico Cornelio Agrippa, mago di corte di Francesco I, e John Dee, maestro alla corte della regina Elisabetta I». Quanto impiega per imparare un libro a memoria?
    «Il tempo che impiego per leggerlo. Se si tratta di un testo tecnico-scientifico, ci vuole un po’ di più. Sono riuscito a spezzare il vincolo della "memoria per concatenazione". Per ricordare, la maggior parte delle persone ha bisogno di procedere in una successione causale in cui una cosa ne richiama un’altra. Io, invece, posso memorizzare anche per ordine sparso o capovolto. Se mi chiedono che cosa c’è nel sesto paragrafo del quarto capitolo di un libro che ho letto, so citare quel brano anche cominciando dall’ultima parola».
    Stupefacente. Ma qual è il segreto?
    «Pensare per immagini. Così, infatti, si usano entrambi gli emisferi del cervello, quello sinistro razionale e quello destro emotivo. L’emisfero destro è tanto poco sfruttato che viene detto "dormiente": io, invece, ho imparato a servirmene. L’informazione da conservare viene quindi immagazzinata nella cosiddetta "memoria a lungo termine", quella che Bruno chiamava "palazzo della memoria", dalla quale si può ripescare senza ricorrere all’immagine, che rimane solo a livello inconscio». Memorizzando in tale quantità, non si corre il rischio di saturare il cervello?
    «Esiste una tecnica anche per dimenticare, benché non sempre funzioni. Di norma il materiale memorizzato tende a rimanere, ma non dà fastidio, perché il cervello ha problemi di ordine, non di spazio. Noi abbiamo una predisposizione naturale a cancellare le cose che non interessano più. Dimentichiamo, per esempio, la lista della spesa perché il giorno dopo è superata. Ma quando abbiamo appreso una cosa seguendo le tecniche dell’arte della memoria, questa è come inchiodata nel cervello ed è difficile rimuoverla».
    In un’era dominata dai computer, a che cosa serve possedere una memoria del genere?
    «Questo non è solo il tempo dei computer, ma anche quello della fretta, della frenesia, del voler fare mille cose ogni giorno. L’arte della memoria permette di compiere tutto con minor fatica e minore sforzo. Io non ho bisogno dell’agenda per ricordarmi degli appuntamenti e neppure per i numeri telefonici o gli indirizzi. Sotto l’aspetto umano e sociale, inoltre, è importantissimo ricordare i nomi delle persone incontrate di sfuggita tre o quattro anni prima».
    Ci può dare cinque consigli per aiutare una persona che non conosce l’arte della memoria a ricordare meglio?
    «Innanzitutto, pensare per immagini, soprattutto quando si devono ricordare concetti astratti. Poi, procedere per associazioni. Non avere paura di dimenticare. Condurre una vita il più possibile serena e sana. E per ultimo, mantenere sempre vivo l’interesse, il quale crea motivazioni, e la motivazione crea memoria».




    CORPUS ICONOGRAPHICUM - MINO GABRIELE

    Astrazioni spaesanti, geometrie arcane simili a finestre sull'infinito, bianchi e neri a suggerire la lotta fra luce e tenebre: così appaiono le 240 immagini disseminate da Giordano Bruno (1548- 1600) in 17 opere, dal De Umbris idearum al De minimo, dal De Imaginum Compositione al De Immenso.
    Opere grafiche uniche perché non risulta che i f ilosofi del tempo - da Ficino a Campanella, da Cusano ad Agrippa - abbiano illustrato o fatto illustrare i loro scritti; né troviamo figure analoghe tra i libri del ' 500 inerenti la cabala, la criptografia o i temi cosmologici.
    Il Nolano è "il primo filosofo che illustra i propri testi con intento non artistico", spiega Mino Gabriele, docente di iconologia all' università di Udine, che ha curato la raccolta di tutte le incisioni presenti nelle sue opere, che "per la prima volta da 400 anni" compaiono complete nella monumentale opera uscita ora da Adelphi.
    A rendere più fitto il mistero - che il Nolano portò con sé nel rogo di Campo dei Fiori, dopo la condanna per eresia da parte del Sant' Uffizio, il 17 febbraio del 1600 - concorrono altre circostanze: anzitutto Bruno, autore diretto di buona parte delle figure, non usava disegni preparatori, ma operava direttamente sul legno.
    "Dal punto di vista puramente estetico", commenta Gabriele, "ne esce un artista maldestro, dai risultati scadenti". Perché, dunque, Bruno agiva di persona invece di affidarsi a incisori provetti?
    "Perché il Nolano voleva un immediato, personale, veemente riscontro figurativo della propria speculazione".
    Le tavole, poi, non illustrano i testi che accompagnano; anzi sono un messaggio autonomo dai contenuti. Che cosa possono comunicare, allora, queste figure uscite di getto, di tecnica incerta, e nemmeno correlate con il testo? Bruno risponde che le immagini sono soggettive, legate a colui che pratica certi esercizi interiori. Non hanno perciò bisogno di un testo che le espliciti; sarà dunque il discepolo, o il lettore che ne faccia uso, a conferire senso a quelle mute figure: "Una sorta di cornice, dove ciascuno metterà quanto è impresso nella memoria personale", aggiunge Mino Gabriele.
    Ma come si formano le immagini mentali che Bruno traduce in figure? Oggi qualcuno parlerebbe di "stato alterato di coscienza" ma non sarebbe esatto.
    Lo stato contemplativo è la condizione ordinaria della speculazione bruniana; e poggia su due pilastri. Il primo è la quiete: per procedere lungo la scala dell' essere fino all' unione con Dio, l' intelletto deve anzitutto raggiungere uno stato di immobilità e di distacco dalla mutevolezza dei sensi, per non vedere solo "fantasmi oscillanti e ingannevoli" (ciò ricorda la quiete dello Yogin che ferma la mente per non essere preda dei pensieri durante l' ascesi), i vaneggiamenti della mente diventeranno visioni ordinate e positive, se le loro immagini saranno disposte in configurazioni armoniche (c' è analogia tra le figure di Bruno e i "mandala" tibetani, la cui contemplazione libera dai démoni mentali ed è una porta d' accesso all' invisibile).
    Il secondo pilastro è il furore, così definito dal filosofo: "fervor naturale suscitato dall' amor della divinitate, della veritate, della gloria, dal soffio del desio". L' ardore del mistico, insomma, che cerca Dio in se stesso e in ogni punto dell' "universo". Viene da chiedersi come mai da uno stato contemplativo basato su quiete e "ascesa furiosa" possano nascere icone così lineari, astratte e matematiche. Mino Gabriele spiega che proprio "dall' esaltazione prodotta dalla concentrazione contemplativa (contractio) viene la razionalità compositiva di quelle figure.
    E' il furore che porta a Bruno maggiore lucidità mentale".
    Così il filosofo riassume i momenti del suo percorso: "Il distacco dal sensibile, la nascita di un fuoco interiore o fervor naturale, l' acuirsi dei sensi interni (memoria e immaginazione) che accendono il lume razionale, che s' illumina e vede le trame divine".
    E quali figure possono meglio avvicinare Dio se non le geometrie armoniche ma prive di senso comune, con cui Bruno adorna i suoi libri? Numeri, linee, poliedri sono le forme astratte che meglio consentono al Nolano d' immaginare le trame segrete di un universo dove tutto è connesso, dal divino all' umano, dagli esseri angelici alle pietre.
    Bruno insomma non ha bisogno di fronzoli e orpelli.
    Le icone dei libri sono coerenti alla sua filosofia, che pone in primis l' Idea, l' archetipo che alberga nella mente divina; poi le cose naturali, che conservano un' impronta di quel mondo ideale; infine la ragione che intende e conosce attraverso le "ombre" di quelle idee. Dio, Natura, Uomo, insomma: e l' anima umana può salire verso le intelligenze superiori e divine grazie a una conoscenza "visiva" che sfrutta le analogie fra i diversi gradi dell' essere, dove ogni cosa è specchio dell' altra.
    E' in quello specchio che si formano le strane immagini che aiutavano Giordano Bruno a salire verso Dio fuori dai dogmi. Finché il rogo di Campo dei Fiori non ne fermò l' ascesa.